Quello che resta. Quando un libro contro la violenza sulle donne ti cambia la vita

Serena Maiorana, donna, siciliana, giornalista, autrice di “Quello che resta” un libro che, con le sue parole, contrasta la violenza sulle donne. Parlaci un po’ di te e delle tue esperienze.

Di cosa tratta “Quello che resta”?

Quello che resta è il libro che ho scritto per ricordare Stefania Noce, giovane militante femminista in prima linea per la tutela dei diritti umani e civili, vittima di femminicidio a soli 24 anni. Il discorso del libro parte dalla storia di Stefania e lì torna, nel mezzo ci sta lo spaccato di una società, la nostra, che in molti modi crea ancora terreno fertile per la violenza di genere, che è solo la punta dell’iceberg del problema: discriminazione e cultura sessista ne sono alla base. Non a caso il titolo completo del libro è “Quello che resta. Storia di Stefania Noce. Il femminicidio e i diritti delle donne nell’Italia di oggi”. Con il libro, inoltre, ho voluto porre al centro la responsabilità sociale che ci investe tutti e tutte, mettendo nelle nostre mani la reale possibilità che le cose cambino in meglio. In questo senso mi piace pensare che protagonista del mio libro non sia solo Stefania, ma anche il lettore o la lettrice che vorrà schierarsi al suo fianco.

Quello che resta

Quello che resta

Come mai hai deciso di raccontare la storia di Stefania?

In realtà  l’idea di dedicare un libro a Stefania Noce non è stata mia, quanto piuttosto di Salvatore e Giuseppe, il miei editori. Io mi sono limitata ad accettare una sua proposta e ammetto che all’inizio ho avuto anche delle remore: temevo di cascare in una retorica della vittimizzazione con la quale spesso viene trattato il tema del femminicidio e che rischia di rafforzare gli stereotipi di genere piuttosto che destrutturarli.

Così ho preso tempo per riflettere e alla fine ho scelto di accettare la sfida e di raccontare questa storia perché la ritengo emblematica. Molto spesso infatti siamo portati a credere che la violenza tenda a svilupparsi in ambienti particolarmente degradati sul piano sociale e culturale. Stefania invece era femminista, impegnata ed emancipata: la sua storia dimostra che davvero può accadere a tutte, spazzando via le convinzioni errate sul tema della violenza e aprendo la possibilità di un’analisi più approfondita. Inoltre scrivere un libro per raccontare le sue battaglie e continuare a portarle avanti mi sembrava un omaggio doveroso.

Il fatto che ad avere l’idea siano stati i miei editori, entrambi uomini, dimostra che non si tratta solo di tematiche appannaggio delle donne ma che, al contrario, quando si parla di violenza di genere la presa di coscienza e di responsabilità maschile è parte integrante della soluzione. Anche per questo sono felice di continuare a collaborare con una casa editrice, La Villaggio Maori, che dedica non solo un libro ma un’intera collana alle tematiche di genere. La collana si chiama La Modesta ed è la stessa di cui fa parte il mio libro.

Di solito gli autori si avvalgono di collaboratori. Chi ha lavorato con te?

Sono molte le persone che sento di dover ringraziare per essermi state accanto nel percorso di approfondimento e scrittura del libro. Innanzitutto la famiglia e gli amici di Stefania, che hanno riposto in me una fiducia che ancora oggi mi onora. Poi i ragazzi e le ragazze dell’Associazione Sen (le iniziali di Stefania Erminia Noce), a Licodia Eubea. E ancora Pina Ferraro Fazio e Margherita Carlini, consulenti di parte della famiglia Noce Miano durante la prima fase processuale, esperte di violenza di genere, mi hanno aiutata moltissimo con la loro competenza e la grande disponibilità che le contraddistingue. Durante la fase di scrittura del libro, inoltre, ho contattato molte associazioni che operano a Catania e non solo, per il contrasto alla violenza di genere: il loro supporto e le loro prospettive di analisi, spesso diverse eppure sempre utili e interessanti, hanno contribuito a formarmi e incoraggiarmi. Poi ancora gli editori, e anche amici e parenti che mi hanno supportata e sopportata. Un grazie speciale va poi a mia nonna, che ha quasi 94 anni ma resta per me un esempio di forza e emancipazione, oltre ad essere una mia fedelissima lettrice.

Cosa hai tratto da questa esperienza? Che progetti hai per il futuro?

“Quello che resta” mi ha letteralmente cambiato la vita. Ero già impegnata e attenta in tema di pari opportunità ma, grazie a questa esperienza, ho maturato una maggiore consapevolezza riguardo al mio essere femminista e alla prospettiva che scelgo ogni giorno per osservare il mondo e condurre le battaglie che mi stanno più a cuore.

Questo è stato possibile anche perché per promuovere il libro e per vari progetti ad esso collegato mi sono trovata a viaggiare moltissimo, sia in Italia che all’estero, incontrando tante persone e cercando insieme a loro risposte a domande sempre diverse. Importantissima è stata anche la collaborazione con varie associazioni, non ultima Amnesty international, che alla fine del 2014 mi insignita del premio Human Right Defender, un riconoscimento al quale tengo molto. Ho visitato scuole, librerie, piccoli paesi e grandi città, imparando in primo luogo che è dal confronto e dall’ascolto, soprattutto dei più giovani, che possono nascere interventi utili alla sensibilizzazione, riconoscendo la radice culturale della violenza e sviluppando soluzioni condivise.

Oggi continuo a collaborare con la Villaggio Maori Edizioni, sia in veste di autrice che di editor, e prestissimo pubblicherò con loro la seconda edizione di “Quello che resta”, arricchita da una serie di aggiornamenti e integrazioni (la prefazione a cura di Benedetta Pintus di Pasionaria.it, ad esempio). Inoltre continuo ad occuparmi di discriminazione anche come progettista sociale, proponendo alle scuole laboratori di scrittura creativa di favole senza stereotipi di genere e collaborando con diversi enti e associazioni per lo sviluppo di buone pratiche e di una comunicazione contro ogni tipo di discriminazione.

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