Monthly Archives: novembre, 2016

Ho perso la magia del caffè … ma la recupero.

Stamattina mi sono alzata molto contenta.
E’ uno dei pochi fine settimana che posso dedicare, almeno in parte, al riposo.

Sono uscita fuori dalle lenzuola e dritta dritta sono volata in cucina a preparare il caffè, usando la macchinetta automatica ancora nuova. L’ho comprata orgogliosamente ad Agosto, verde scuro, per intonarsi alle foglie dei fiorellini delle piastrelle.

Sono sempre stata una grande appassionata dell’elisir, quasi fino alla mania, per forma mentis familiare.
Me lo hanno fatto gustare sin da piccola, e nella stessa maniera abbiamo iniziato i bambini delle successive generazioni.
Una volta addirittura mia sorella, trovandosi a secco con la bombola del gas, ha piazzato la fiamma di cinque candele accese sotto la moka pur di averne una tazzina dopo pranzo.

Cosa di meglio di un caffè? Un caffè con due biscottini!

Cosa di meglio di un caffè? Un caffè con due biscottini!

Mentre pensavo tutto questo mi sono accorta che l’erogazione, veloce e asettica, mi stava completamente privando di quello che mi ammalia del caffè: il rito della preparazione, i profumi, l’emozione dell’attesa, la gioia del palato che giunge solo alla fine di questa sequela di atti rilassati e un po’ sognanti.

Ho deciso: dal lunedi al sabato macchinetta automatica.
La domenica sarà tutta per la moka.

La misura delle cose

Mia sorella è una tipa tutta quagliamento e concretezze: gestione familiare, economica, divertimenti bilanciati con le responsabilità, scelte dal gusto ragionevole ed equilibrato.

Comprenderete che quindi non è mai stata interessata a partecipare ad una cena sociale abbastanza elegante, che organizzo ogni anno insieme ad altri volontari,  per sostenere le spese delle campagne e del centro educativo dell’associazione di cui faccio parte.

La sua non è insensibilità, si tratta di franco pragmatismo.

Questa mattina invece mi ha chiamata per venire e, spingendosi un po’ più oltre, per provare proprio a portare un gruppo di amici.

Tanto per decorare. La bellezza ha il potere di confortarci

Tanto per decorare. La bellezza ha il potere di confortarci

La ragione è evidente: questi per me sono mesi di risalita e, sapendolo, attraverso la condivisione delle piccolezze che mi riguardano, mi sostiene, anche psicologicamente facendomi contenta.

Avere la misura delle cose, della loro importanza, minore o maggiore a seconda dei momenti della propria ed altrui esistenza, è un dono.
Spesso si rischia di caricare di troppe aspettative fatti futili nell’economia generale della vita.
Altre volte si rischia di non dare l’importanza che hanno, magari solo in quella fase.

 

Quello che resta. Quando un libro contro la violenza sulle donne ti cambia la vita

Serena Maiorana, donna, siciliana, giornalista, autrice di “Quello che resta” un libro che, con le sue parole, contrasta la violenza sulle donne. Parlaci un po’ di te e delle tue esperienze.

Di cosa tratta “Quello che resta”?

Quello che resta è il libro che ho scritto per ricordare Stefania Noce, giovane militante femminista in prima linea per la tutela dei diritti umani e civili, vittima di femminicidio a soli 24 anni. Il discorso del libro parte dalla storia di Stefania e lì torna, nel mezzo ci sta lo spaccato di una società, la nostra, che in molti modi crea ancora terreno fertile per la violenza di genere, che è solo la punta dell’iceberg del problema: discriminazione e cultura sessista ne sono alla base. Non a caso il titolo completo del libro è “Quello che resta. Storia di Stefania Noce. Il femminicidio e i diritti delle donne nell’Italia di oggi”. Con il libro, inoltre, ho voluto porre al centro la responsabilità sociale che ci investe tutti e tutte, mettendo nelle nostre mani la reale possibilità che le cose cambino in meglio. In questo senso mi piace pensare che protagonista del mio libro non sia solo Stefania, ma anche il lettore o la lettrice che vorrà schierarsi al suo fianco.

Quello che resta

Quello che resta

Come mai hai deciso di raccontare la storia di Stefania?

In realtà  l’idea di dedicare un libro a Stefania Noce non è stata mia, quanto piuttosto di Salvatore e Giuseppe, il miei editori. Io mi sono limitata ad accettare una sua proposta e ammetto che all’inizio ho avuto anche delle remore: temevo di cascare in una retorica della vittimizzazione con la quale spesso viene trattato il tema del femminicidio e che rischia di rafforzare gli stereotipi di genere piuttosto che destrutturarli.

Così ho preso tempo per riflettere e alla fine ho scelto di accettare la sfida e di raccontare questa storia perché la ritengo emblematica. Molto spesso infatti siamo portati a credere che la violenza tenda a svilupparsi in ambienti particolarmente degradati sul piano sociale e culturale. Stefania invece era femminista, impegnata ed emancipata: la sua storia dimostra che davvero può accadere a tutte, spazzando via le convinzioni errate sul tema della violenza e aprendo la possibilità di un’analisi più approfondita. Inoltre scrivere un libro per raccontare le sue battaglie e continuare a portarle avanti mi sembrava un omaggio doveroso.

Il fatto che ad avere l’idea siano stati i miei editori, entrambi uomini, dimostra che non si tratta solo di tematiche appannaggio delle donne ma che, al contrario, quando si parla di violenza di genere la presa di coscienza e di responsabilità maschile è parte integrante della soluzione. Anche per questo sono felice di continuare a collaborare con una casa editrice, La Villaggio Maori, che dedica non solo un libro ma un’intera collana alle tematiche di genere. La collana si chiama La Modesta ed è la stessa di cui fa parte il mio libro.

Di solito gli autori si avvalgono di collaboratori. Chi ha lavorato con te?

Sono molte le persone che sento di dover ringraziare per essermi state accanto nel percorso di approfondimento e scrittura del libro. Innanzitutto la famiglia e gli amici di Stefania, che hanno riposto in me una fiducia che ancora oggi mi onora. Poi i ragazzi e le ragazze dell’Associazione Sen (le iniziali di Stefania Erminia Noce), a Licodia Eubea. E ancora Pina Ferraro Fazio e Margherita Carlini, consulenti di parte della famiglia Noce Miano durante la prima fase processuale, esperte di violenza di genere, mi hanno aiutata moltissimo con la loro competenza e la grande disponibilità che le contraddistingue. Durante la fase di scrittura del libro, inoltre, ho contattato molte associazioni che operano a Catania e non solo, per il contrasto alla violenza di genere: il loro supporto e le loro prospettive di analisi, spesso diverse eppure sempre utili e interessanti, hanno contribuito a formarmi e incoraggiarmi. Poi ancora gli editori, e anche amici e parenti che mi hanno supportata e sopportata. Un grazie speciale va poi a mia nonna, che ha quasi 94 anni ma resta per me un esempio di forza e emancipazione, oltre ad essere una mia fedelissima lettrice.

Cosa hai tratto da questa esperienza? Che progetti hai per il futuro?

“Quello che resta” mi ha letteralmente cambiato la vita. Ero già impegnata e attenta in tema di pari opportunità ma, grazie a questa esperienza, ho maturato una maggiore consapevolezza riguardo al mio essere femminista e alla prospettiva che scelgo ogni giorno per osservare il mondo e condurre le battaglie che mi stanno più a cuore.

Questo è stato possibile anche perché per promuovere il libro e per vari progetti ad esso collegato mi sono trovata a viaggiare moltissimo, sia in Italia che all’estero, incontrando tante persone e cercando insieme a loro risposte a domande sempre diverse. Importantissima è stata anche la collaborazione con varie associazioni, non ultima Amnesty international, che alla fine del 2014 mi insignita del premio Human Right Defender, un riconoscimento al quale tengo molto. Ho visitato scuole, librerie, piccoli paesi e grandi città, imparando in primo luogo che è dal confronto e dall’ascolto, soprattutto dei più giovani, che possono nascere interventi utili alla sensibilizzazione, riconoscendo la radice culturale della violenza e sviluppando soluzioni condivise.

Oggi continuo a collaborare con la Villaggio Maori Edizioni, sia in veste di autrice che di editor, e prestissimo pubblicherò con loro la seconda edizione di “Quello che resta”, arricchita da una serie di aggiornamenti e integrazioni (la prefazione a cura di Benedetta Pintus di Pasionaria.it, ad esempio). Inoltre continuo ad occuparmi di discriminazione anche come progettista sociale, proponendo alle scuole laboratori di scrittura creativa di favole senza stereotipi di genere e collaborando con diversi enti e associazioni per lo sviluppo di buone pratiche e di una comunicazione contro ogni tipo di discriminazione.

I difensori dei diritti umani

Certe volte accade per ragioni meramente dettate dal caso, altre per convinzioni politiche, culturali ideologiche o per il luogo in cui si è nati o si è vissuti. Essere o diventare difensori dei diritti umani è però sempre una condizione che permea l’esistenza di chi vive secondo la convinzione per cui “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti” deve essere una realtà e non una irraggiungibile utopia.

Non è necessario esperire condizioni estreme di violazione per essere una di queste figure: Amnesty International, con la sua memebrship, gli attivisti e i gruppi locali ne costituisce ad esempio una intera comunità.

Difensore dei diritti umani è dunque una persona che, individualmente o insieme ad altre, agisce per promuovere o proteggere i diritti umani. I difensori dei diritti umani (in inglese Human Rights Defenders, acronimo HRD) sono quelle donne e quegli uomini che agiscono altresì in maniera pacifica.

HRD è stato il leggendario Martin Ennals, segretario generale di Amnesty International dal 1968 al 1980, nonchè fondatore di Article 19 e International Alert, ma è molto facile che lo siano semplicemente persone comuni che talvolta incontrano abusi sulla propria strada.

Una di queste è stato per esempio Padre Pino Puglisi, che con la sua educazione ai diritti, naturalmente inscritta nell’ambito della sua missione e vocazione religiosa, è riuscito davvero a danneggiare la cultura mafiosa a Palermo, un’ altro è il ricercatore Flaviano Bianchini, biologo italiano che ha portato alla luce, nei primi anni del duemila, e denunciato la questione della contaminazione delle acque del río Tzalá nel dipartimento di San Marcos, in Guatemala, unitamente alla grave violazione dei diritti perpetrata contro le popolazioni che vivevano e vivono ancora in quella zona.

Amnesty International in Sicilia, riconosce il valore delle persone che vivono proteggendo la vita degli altri e per questa ragione dedica loro ogni anno un premio nella settimana in cui cade non solo il 10 dicembre, anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, ma soprattutto il 9 , ricorrenza della Dichiarazione sui diritti e le responsabilità degli individui, dei gruppi e delle istituzioni sociali per promuovere e proteggere i diritti umani e le libertà fondamentali universalmente riconosciuti. Questa infatti costituisce una pietra miliare nella lotta per una migliore tutela di coloro a rischio di conduzione di attività legittime a favore dei diritti umani, ed è il primo strumento dell’ONU che riconosce l’importanza e la legittimità del lavoro dei difensori dei diritti umani, così come il loro bisogno di avere una protezione migliore.

L’iniziativa si chiama Forum dei difensori dei diritti umani e cresce piano piano negli anni.

Si tratta di una, e mano a mano che il tempo passa, ad oggi ben quattro conferenze premio che hanno come obiettivo quello di portare all’attenzione pubblica le questioni specifiche rispetto alle quali gli e le HRD prescelti nutrono il loro principale interesse, affiancando le loro esposizioni con quelle di esperti di Amnesty International e non.

A Palermo si svolge così il 13 dicembre 2014 la conferenza per Stefania Erminia Noce, attivista dei diritti delle donne, femminista convinta, originaria di Licodia Eubea morta per mano del fidanzato, insieme al nonno che cercava di proteggerla, a dicembre del 2011.

Premiazione alla memoria di Stefania Erminia Noce

Premiazione alla memoria di Stefania Erminia Noce

La sua morte non è stata inutile perché la giovane ha contagiato, mentre era in vita, tutto un paese che si è costituito nell’associazione SEN (acronimo del suo nome e cognome) che promuove continue attività contro il femminicidio e la discriminazione di genere, e dopo la sua scomparsa, Serena Maiorana, giovane giornalista autrice di “Quello che resta. La storia di Stefania Noce” dedicato alla biografia della studentessa tragicamente scomparsa.
I premi, assegnati a Stefania e Serena, sono affiancati a quello conferito a Rosa Lunetta, una vivace signora di 89 anni che, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, a Palermo, apre le porte a uno sparuto gruppuscolo di univesitari e liceali per scrivere lettere di protesta per le violazioni dei diritti umani come indicato su dossier inviati dal Segretariato Internazionale di Londra.
In questo modo Rosa Lunetta dava l’avvio ad Amnesty International in Sicilia.

Ad Agrigento, il 19 Dicembre dello stesso anno il Gruppo 283 realizza la conferenza premio che vede come protagonista Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, il dicottenne che perde la vita il 25 settembre 2005 in circostanze misteriose e ripetutamente insabbiate , dopo l’incontro fatale con le volanti Alfa 2 ed Alfa 3 della Polizia di Ferrara.
L’iniziativa prevede anche la presentazione dio“Una sola stella nel firmamento. Io e mio figlio Federico Aldrovrandi” un libro di Francesca Avon, edito da Il Saggiatore, che con lucidità al neon racconta fase dopo fase la tragica scomparsa del ragazzo e la reazione dei suoi genitori ad un mondo di provincia omertoso e silenzioso.

Presso il polo di Trapani dell’Università degli studi di Palermo, sempre il 19 Dicembre, Amnesty conferisce il premio Human Rights Defenders a Dacia Maraini per la sua opera letteraria permeata di concetti volti alla tutela dei diritti.
L’appuntamento costituisce l’occasione per presentare l’ultimo libro della scrittrice “Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza” e per discutere di diritti delle donne nel contesto di un corso di tre incontri riservati agli stidenti ma con un’apertura alla cittadinanza in occasione dell’appuntamento di chiusura.

In gennaio è infine prevista la tappa di Catania. In questo incontro viene presentato il caso di Stefano Cucchi, morto durante un fermo di Polizia a Roma. Premiata la sorella Ilaria e presentata la campagna internazionale di Amnesty contro la tortura.

La convinzione, in base alla quale l’organizzazione ha sviluppato e moltiplicato le iniziative del Forum, è quella che il valore paradigmatico del premio, attraverso il racconto della storia delle persone coinvolte in fatti gravi ma contro i quali si può e deve reagire al fine di non permettere alcuna faglia nel sistema della tutela dei diritti, sia evidente ed inestimabile.

E’ per questo che l’associazione continua a realizzarle, per alimentare un continuo arricchimento delle persone e del proprio territorio nello sviluppo di una cultura sana di reciproco rispetto e protezione.

Da “Voci, anno 1. num 1.” Rivista aperiodica di Amnesty Sicilia
Per ulteriori info www.amnestysicilia.org

 

Bar Morto

L’autunno è dolce come un desidero indefinito.
E io forse vorrei un thè.
Preferirei una minestra ma è tardo pomeriggio.
E allora cambio destinazione alle mie voglie.
La cosa bella dei primi freddi sono le bevande calde.

Ha un nome scintillante ma chiamerei questo posto “Bar Morto”.
Poche persone stanziano sull’ingresso, impedendo l’entrata con le loro facce smunte.
Ci sediamo dentro alla veranda color ghiaccio, come a sottolineare che l’inverno avanzerà.

Arriva un cameriere tirato a lucido e poco incline a lavorare.
Non ha con sè nemmeno il menu.
Prendo un succo di melograno, non c’è tutto questo freddo.

Succo di melograno. Non c'è tutto questo freddo...

Succo di melograno. Non c’è tutto questo freddo…

 

Non è tutto oro quel che luccica nè cacca ciò che puzza

La bufala dei Simson

La bufala dei Simpson

Secondo una breve e convincente analisi di bufale.net  queste immagini non furono mai realizzate nel 2000, ma dopo che si è saputo che Trump sarebbe stato candidato alla Casa Bianca.
E’ tuttavia innegabile una certa capacità precognitiva da parte della satira e di Groenig & Co. se pensiamo alla puntata sul futuro di Bart dove il bambino oramai cresciuto vede la sorella diventata il primo Presidente degli Stati Uniti donna – e quindi non Hillary – alla prese, in una riunione, con il default lasciato dal predecessore, proprio lui, Trump.

Dalla sua elezione è stato un susseguirsi di deliri collettivi, molti dei quali a sfondo comico, sempre come se nessuno se lo aspettasse davvero.

E ora? Ci si chiede.

Ora si va avanti accettando il risultato dell’investitura democratica di un Presidente scelto mediante elezioni e individuato con primarie anche come candidato.
Non è che la democrazia deve piacere solo se ritorna il risultato gradito.
Bisognerà farlo ridimensionando anche le proprie aspettative negative – gonfiate da una campagna lunga e difficile – e rimettendo i piedi un po’ per terra, senza farsi trascinare dalla psicosi mondiale in corso.

Il Presidente degli Stati Uniti, per quanto sia potente, non può fare esattamente tutto quello che vuole, nè in ogni caso mantiene tutto quello che promette.
E’ sufficiente pensare alla mai avvenuta chiusura della prigione di Guantanamo, assicurata illo tempore dal Premio Nobel per la Pace Barack Obama.

Non siamo di fronte ad una replica di Ronald Reagan che, sì, venne eletto da repubblicano in una fase di profondo malessere degli USA, ma militava in quel partito da quaranta anni ed era stato già governatore della California.
Siamo certamente di fronte ad un conservatore anni Venti, che ripiegherà fortemente sulle politiche interne, nel male, per esempio rendendo difficilissime le condizioni di vita e di ingresso dei migranti, ma forse anche nel bene, fermando la delocalizzazione delle imprese che ha già provocato la perdita di lavoro per tanti Americani.

Insomma, questo è il risultato.
Poco si può fare se non stare a guardare cosa succederà, rammentando che però il grande entusiasmo per chi finisce a Dicembre il proprio mandato non ha prodotto i risultati sperati e quindi non è detto che il mondo sia di fronte alla tragedia che teme.

Serbiamo un attimo di realismo.

Industrial baroque bracelet

E’ meraviglioso come i materiali moderni di oggi, specialmente quelli plastici, determinino una versatilità assoluta per quanto riguarda la moda e rendano possibile la rivisitazione e l’attualizzazione degli stili di ogni epoca.

Un esempio sono i prodotti O’ bag in generale che tra borse, orologi ed occhiali stanno venendo incontro a quasi qualsiasi esigenza femminile, con la genialità delle composizioni complesse di parti semplici.
Ma sono gli O’ bracelet flower ad essere forse il prodotto più interessante di questa filosofia che ormai è fondante della distribuzione di tanti marchi.

Si tratta di braccialetti – paradossalmente monoblocco – in silicone, colorati e cool ma che al tempo stesso rappresentano una citazione storica interessante.

 

O' bracelet flower

O’ bracelet flower

I fiori, così ravvicinati tra loro, a sbalzo con un forte chiaroscuro che determina la corsa dell’occhio per tutta la superficie del gioiello, richiamano alla memoria i festoni decorativi applicati a tanto arredamento e decorazione per interno barocchi.

Fregio barocco

Fregio barocco

Si potrebbe parlare a questo punto forse di barocco post industriale – senza scomodare Kris Kuski che però ci offriva una interpretazione dai risultati completamente differenti – già solo a pensare che i principi decorativi di quella corrente artistica sono qui applicati mediante l’uso di materiali innovativi, attuali e allora inesistenti,  secondo una concezione cromatica interpretabile in questo modo solamente oggi.

Adatti a tutte le stagioni, i braccialetti riescono ad arricchire un outfit molto semplice, per le loro forme, o ad alleggerirne uno troppo formale, grazie al materiale di realizzazione.

L’unico difetto? Hanno solo due misure e non sono regolabili al polso.

L’estasi

« Un giorno mi apparve un angelo bello oltre ogni misura. Vidi nella sua mano una lunga lancia alla cui estremità sembrava esserci una punta di fuoco. Questa parve colpirmi più volte nel cuore, tanto da penetrare dentro di me. II dolore era così reale che gemetti più volte ad alta voce, però era tanto dolce che non potevo desiderare di esserne liberata. Nessuna gioia terrena può dare un simile appagamento. Quando l’angelo estrasse la sua lancia, rimasi con un grande amore per Dio. »

Questo è ciò che racconta Santa Teresa d’Avila e questo è ciò che riportò Bernini nella sua opera del riscatto dalla tiepida accoglienza nei confronti della sua arte da parte di Papa Innocenzo X, quando accettò, nel 1647, la committenza del cardinale Federico Cornaro per la realizzazione della sua cappella di famiglia dentro la chiesa di Santa Maria della Vittoria.

Per quanto la scultura abbia acceso un annoso dibattito sul fatto che l’artista raffigurasse o meno l’orgasmo della Santa, che sublimava in amore massimo per Dio, scomodando religiosi e razionalisti come Piergiorgio Odifreddi, la ragione per cui è una delle opere che amo di più è ben altra.

L'Estasi di S. Teresa

L’Estasi di S. Teresa

E’ l’innovatività innegabile con cui Bernini interpretò il caposaldo dell’arte barocca: “È del poeta il fin la meraviglia, chi non sa far stupir vada alla striglia”.
I modi leziosi delle dame, pur nella rappresentazione religiosa, raffiguranti virtù e sante, vengono completamente abbandonati a favore della realizzazione di una dinamica eccezionale.

Il movimento parte dalla luce della finestra appositamente realizzata nella cappella, attraversa il dardo del putto dell’amore e si muove attraverso le pieghe scomposte, e mai così viste,  spettacolarmente disordinate e nel pieno del vortice, delle vesti di Teresa, giungendo nell’espressione del viso, dalla bocca semichiusa, che si sublima infine negli stucchi della volta.

Il massimo della teatralità che si compie, nella perfetta fusione tra architettura, scultura e pittura.

Questo fu il vero barocco. E chi se ne importa se fu sesso o misticismo.

Santa polenta!

Sì, lo so, sono siciliana. Ma questo non vuol dire che io non possa amare smodatamente una pietanza nordica come la polenta.

Domani è domenica, giorno di festa e di piatti più strutturati, ve la suggerisco in tre versioni.

Polenta al ragù

Uno dei modi classici in cui viene cucinata a casa mia.
E’ consigliabile prepararla per 3/4 persone, le dosi sono quelle.

Alla tradizionale base del soffritto – una carota, una cipolla, una costa di sedano- con un cucchiaio di olio, una presa di sale ed una foglia di alloro aggiungete 500 gr di carne macinata, della qualità che preferite.
Dopo una prima doratura, sfumate mezzo bicchiere di vino bianco sul composto.

Una volta asciutto, incorporate il contenuto di una scatola da 400 gr di pomodoro condensato e 4oo ml di acqua. Abbassate il fuoco al minimo e cuocete per tre ore, rimestando di tanto in tanto.

Assaggiate e correggete il sale se necessario.

Se volete rendere il piatto più ricco, ma anche calorico, 45 minuti prima dello scadere delle tre ore, aggiungete anche due o tre puntine di maiale e due o tre nodi di salsiccia.

Questo ragù rinforzato è pronto per ricoprire della polenta presa direttamente dal tegame, quindi semiliquida, o anche passata ed asciugata in forno (come nel caso della foto sottostante)

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Chi vuole un condimento a base di carne ma un po’ più leggero può optare per una seconda ricetta.

Polenta salsiccia, funghi e pistacchi

Iniziate realizzando un pesto di pistacchi. E’ semplicissimo, sgusciate i pistacchi, aggiungete dell’olio e frullate fino ad ottenere una crema. 250 gr di pistacchi sbucciati dovrebbero andare bene. Salate e pepate, solo se vi piace il pepe.

Prendete 250 gr di salsiccia, apritela e sgranatene attentamente il contenuto, in maniera che quella che era una massa unita nel budello invece sia completamente e ben separata.

Ungete una padella con pochissimo olio e buttate dentro i grani di salsiccia oramai slegati e 300 grammi di funghi.
Salate, abbassate il fuoco al minimo e coprite la padella.
I funghi rilasceranno il loro succo, la salsiccia il suo grasso ed il condimento si cuocerà.

Inserite il pesto di pistacchi – che comunque può anche essere acquistato pronto – solo alla fine.
Incorporatelo delicatamente, senza aggiungere acqua. Renderà tutto molto più cremoso.
Potete condire così la polenta semiliquida e quella in fette.

polenta2

 

Può anche succedere di avere a tavola fan sfegatati del formaggio o persone che non mangiano volentieri la carne.
Vi consiglio allora un’altra ricetta ancora.

Polenta in salsa di gorgonzola

Per 4 persone basta sciogliere in un tegame 50 grammi di burro e 300 grammi di gorgonzola e colare la crema che ne viene fuori sulle fette di polenta.
Se siete più di quattro oppure volete stemperare il sapore forte del gorgonzola, sempre sul fuoco bassissimo ma acceso, potete incorporare anche 200 grammi di mascarpone.

Se vi avanza della crema, ricordate, servendola a tavola, di trovare il modo di tenerla al caldo, per evitare che si condensi e diventi immangiabile con il passare dei minuti.

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Nulla è definitivo

Guardo la mia scrivania in ufficio.
Lavoro qui, a tempo indeterminato, da Giugno.
Nonostante ciò non ho ancora portato nessuno dei miei oggettini, di quelli che stanziano sulle postazioni di ogni impiegato.
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nulla è definitivo

Ne ho diversi invece.
Erano messi sul tavolo che mi era stata assegnato nell’azienda per cui lavoravo prima.
In qualche maniera, a dispetto della firma sul contratto, continuo a sentirmi temporanea.
Di passaggio lo sono sempre, da sempre e per sempre, del resto.
Con le relazioni, non lasciando a nessuno la possibilità di rimanere; con la famiglia, scegliendo di non avere figli; con le amicizie, tenute separate le une dalle altre come a negare l’inclusione in un sistema unitario e reciproco di vita.
Perché non dovrebbe essere così anche qui?
La caducità dell’esistenza umana mi accompagna dalla nascita.
Nulla è definitivo. Nessuno lo sa meglio di me.

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