Il Ditirammu chiude

Il Ditirammu chiude. E se chiude noi moriamo un po’ con lui.
Perchè il teatro è una promessa di vita. Anche di un’altra se vogliamo.
E’ il luogo dove ognuno può essere un po’ o tanto  diverso da sè in una dimensione di vicinanza emotiva che niente di simile può assicurare. Non il cinema, nè la tv e nemmeno la musica.

Basterebbe l’esempio dei passi degli attori che si sentono chiari e nitidi sulle assi di legno a comprendere cosa questo significhi.

Uno scalpiccio tra i più veri lo abbiamo ascoltato fino a ieri proprio lì.  Abbiamo goduto di un patrimonio per la città di Palermo che verrà a mancare, a meno di un intervento dell’amministrazione pubblica da effettuarsi con estrema urgenza.

Sarebbe una perdita immensa.
Sarebbe come smarrire uno dei gioielli più belli conservati in uno scrigno messo lì, a portata di mano, ma poco curato.

Si può solo sperare che la situazione si risolva e assicurare un po’ di sostegno emotivo.
A meno che non se ne richieda in qualche maniera uno pratico, ed allora, io ci sarei.
Intanto provate ad esserci anche voi. Condividete la notizia e chiedete che il Ditirammu venga aiutato a non sbarrare per sempre il suo ingresso.

Grazie.

Eschermania

Mi viene complicato capire se la mostra di Escher, che è attualmente in esposizione a Catania e disponibile fino al 17 Settembre prossimo presso il Palazzo della Cultura, mi sia piaciuta oppure no.
Questo essenzialmente perchè collego all’opera dell’artista un sentimento giovanile che non sono riuscita a fare prescindere dalla bellezza in sè dell’insieme che ho percepito.

Correva il 1990 e passai l’estate a seguire i mondiali di calcio che si svolgevano in Italia e a tentare di riprodurre alcune delle grafiche che erano comprese nel catalogo dell’opera omnia che si trovava a transitare del tutto casualmente a casa mia. Trascorsi ore ed ore e giorni sulle tavole da disegno a sporcarmi le mani di inchiostro di china.
Fu un processo introspettivo così coinvolgente da risultare catartico e preludere al migliore anno scolastico della mia vita e alla mia prima, vera, profonda crisi personale.

escher

Insomma, è impossibile per me essere onesta intellettualmente sulla questione. Già solo il tripudio carico di meraviglia che mi ha colta quando ho incrociato con lo sguardo “Mummified Priest in Gangi”, una cui semplice riproduzione a matita è tuttora appesa alle pareti della mia vecchia stanza, mi ha accecato l’intelletto.

Eppure, provando a razionalizzare, posso dedurre che si tratti di una iniziativa molto pregevole che ha consentito ad un milione di persone finora di visionare la scelta molto ampia di una produzione grandiosa.
Presentata nuovamente al pubblico dopo le tappe di Roma, Bologna, Treviso e Milano la mostra raccoglie infatti oltre 150 elaborati dell’incisore e grafico; tra questi alcuni dei suoi capolavori più noti come “Mano con sfera riflettente”, “Casa di scale”, “Buccia”.

E’ possibile vedere anche una sezione con le opere del periodo di viaggio in Sicilia, in Calabria e in Spagna e riconoscere paesaggi noti o forme e fantasie caratteristiche.

L’impianto realizzato anche a Palazzo Platamone risulta inoltre adatto alle visite dell’appassionato di arte di oggi perchè costellato da giochi di logica e di psicologia della percezione, come da angoli dove scattarsi delle foto, il che consegna un po’ l’iter museale a quella cultura della partecipazione e della condivisione che caratterizza i nostri tempi.

Un percorso, quindi, tra forme e suggestioni che hanno condizionato il gusto e, si può azzardare anche a dire, la struttura del pensiero moderno e si mostra ponte di continuità dall’inizio del secolo scorso a nostri giorni. Basta specchiarsi, per riconoscersi in uno o più dei segni tracciati che si trovano lì.

Se potessi ci tornerei.

 

Labirinti del cuore. Giorgione e le stagioni del sentimento tra Venezia e Roma

“Quando nel titolo di una mostra ci sono le parole cuore, amore o sentimento è segno sempre, sempre che sta per arrivarti una sola”. Questo mi dice Ilaria dopo che abbiamo visionato la seconda parte di “Labirinti del cuore. Giorgione e le stagioni del sentimento tra Venezia e Roma”, quella rappresentata a Castel Sant’Angelo.
Il giorno precedente sono andata a vedere la prima parte a Palazzo Venezia.

Certo per avvicinarci agli allestimenti, molto minimal e per questo volti a fare risaltare massimamente le opere, c’è voluto un po’. Soprattutto giungere all’area dedicata a Castel Sant’Angelo è quasi una piccola impresa.

Però non è del tutto vero che è una fregatura.
Perchè se è assolutamente inconfutabile che le opere di Giorgione sono pochissime, è anche vero che il contorno ha un suo perchè di grande valore.
Il percorso comprende complessivamente 45 dipinti, 27 sculture, 36 libri a stampa e manoscritti, e  tanti altri oggetti.
I maestri sono tantissimi. Tra questi Tiziano, Tintoretto, Romanino, Moretto, Ludovico Carracci, Bronzino, Barocci e Bernardino Licinio.
E’ così possibile percorrere il Cinquecento con il filo conduttore del tema dato.

gli amichetti

La bellezza assoluta è a Palazzo Venezia, dove si trova “I due amici”, uno in primo piano sofferente per amore, che regge un melangolo, arancia amara simbolo di struggimento sentimentale, l’altro sullo sfondo volendo anche un po’ beffardo. E’ il caposaldo della poetica di Giorgio da Castelfranco.

Che poi, per vedere questo, si debba infine entrare dentro il Castello e dentro Palazzo Venezia che sono un po’ dati per scontato dai Romani è tutto vantaggio.
L’iniziativa è attiva fino a metà Settembre. Se potessi ci tornerei.

Cross the Streets: addomesticare i writers è impossibile

Adoro Macro, soprattutto quello di Via Nizza perchè è un posto autoconsistente.
E’ possibile assistere ad una mostra, acquattarsi sul tetto a riflettere, acquistare dei libri, prendere un caffè o anche pranzare in unica soluzione, senza uscire dall’edificio. E restare lì per ore.
E’ un luogo che sospende il tempo.

La settimana passata sono stata lì a vedere “Cross the Streets” un’iniziativa che, un po’ ossimoricamente, tenta di storicizzare writing e street art. E’ di certo un controsenso, perchè, nel seppur non innovativo tentativo, la disposizione museale di pezzi che solitamente vengono realizzati per stanziare all’aperto tenta di addomesticare quello che è invece selvaggio e lo snatura, rendendolo altro da sè e mancando l’obiettivo.

In realtà questo avviene in special modo nel primo dei due livelli dedicati alla mostra che si disvela a due velocità.

Nel primo la street art viene presentata in maniera un po’ caotica, forse nel tentativo di mantenere fermo il concetto per cui il visitatore non è davanti ad un movimento ma ad un insieme molto eterogeneo di interpreti che hanno come unico punto in comune il muro e il suo utilizzo come piano di lavoro.
Tele gigantesche si alternano così ad installazioni e a pitture murali in angoli tematici intenzionali, ma abbastanza confusi e slegati da un discorso logico complessivo.
Un paio di opere sono davvero interessanti, ma bisogna individuarle nel mucchio.

cross

Il secondo piano invece prova a contestualizzare l’ultimo ventennio dei writers a Roma.
Questa parte è quella significativa e dona la necessaria consistenza all’evento.
Riesce infatti ad approntare un’ ambientazione adeguata, con tanto di ricostruzione ferroviaria e scavalcamento di teenager in fuga. Offre inoltre una lettura della metro della città, seconda solo a quella di Londra per qualità espressiva. Una volta uscito nessuno spettatore guarderà Roma e i suoi treni con gli stessi occhi.

Boteromorfismo [incompleto] al Vittoriano

“La prima riflessione di un profano di fronte ai quadri di Botero è di festosa complicità. Si entra volentieri nelle sue case, si fa volentieri amicizia con i suoi personaggi paffuti. Ci si siede, si guarda, si è presi dalla voglia di sorridere”.
Questo è quello che afferma Dacia Maraini sulla poetica del celeberrimo pittore e scultore di Medellìn.

Da Maggio e fino alla fine del mese, presso l’Ala Brasini del Complesso del Vittoriano a Roma, è possibile visitare una panoramica dell’opera dell’artista.

Sono andata a vederla questa settimana e ne sono rimasta un po’ delusa.

Chiaramente Botero è Botero. Le forme sensuali, estreme nella rotondità che catturano e amplificano la luce, e ricercate delle sue figure, ieratiche dallo sguardo vacuo, nel continuo richiamo a Piero della Francesca, si sublimano nella consueta dimensione onirica, pur rimanendo ancorate alla realtà che non viene rappresentata, piuttosto trasformata.

Tuttavia la mostra è carente per due ordini di motivi.

Botero è uno dei pittori più prolifici che esistono sul pianeta a partire dagli ultimi cinquant’anni e lì, in un area spendibile come quella del Vittoriano, troviamo solo cinquanta elaborati. Ma davvero?

Inoltre mentre tutti i tratti della poetica sono in qualche maniera enucleati manca quello essenziale, quello di cui ci parla giusto la Maraini: l’ironia che porta al piacere sensuale.
E’ questa levità, questa mancanza di sofferenza che ha fatto dell’artista, l’artista che è. E’ grazie a questo che si distingue, unitamente all’uso della forma e della luce. E’ in ragione di questo filo conduttore che è stato oggetto delle critiche più feroci, fino ad essere oggetto di quel provvedimento che a Venezia compì il direttore della Biennale Arti Visive il quale “qualche anno addietro, ordinò di rimuovere ogni testimonianza di una mostra realizzata da una galleria privata a Venezia con sculture sui pontili dei vaporetti, al fine di evitare che la Biennale venisse contaminata dalla [sua] presenza” come racconta lo stesso Vittorio Sgarbi.
Ma è per questa immediatezza nella decodificazione del messaggio che è diventato noto ed importante al pari di Leonardo da Vinci al suo tempo.

Botero

Forse è perchè sottolineando questo aspetto se ne illuminerebbe la dimensione alternativa e che nega in qualche misura l’identità dell’artista come quella di colui che riporta eventi drammatici e traumatici.
Ma questo è Botero: la critica al concetto puro, all’astrattismo totalizzante, alla moderna concezione dell’arte figurativa di certi Nord Americani per cui la pittura inizia da Pollock in poi.

Se non si evidenzia questo non si è in grado di presentare Botero.
E allora, azzardo a dirlo da assittata in pizzo quale sono, che si eviti di farlo.

L’estasi

« Un giorno mi apparve un angelo bello oltre ogni misura. Vidi nella sua mano una lunga lancia alla cui estremità sembrava esserci una punta di fuoco. Questa parve colpirmi più volte nel cuore, tanto da penetrare dentro di me. II dolore era così reale che gemetti più volte ad alta voce, però era tanto dolce che non potevo desiderare di esserne liberata. Nessuna gioia terrena può dare un simile appagamento. Quando l’angelo estrasse la sua lancia, rimasi con un grande amore per Dio. »

Questo è ciò che racconta Santa Teresa d’Avila e questo è ciò che riportò Bernini nella sua opera del riscatto dalla tiepida accoglienza nei confronti della sua arte da parte di Papa Innocenzo X, quando accettò, nel 1647, la committenza del cardinale Federico Cornaro per la realizzazione della sua cappella di famiglia dentro la chiesa di Santa Maria della Vittoria.

Per quanto la scultura abbia acceso un annoso dibattito sul fatto che l’artista raffigurasse o meno l’orgasmo della Santa, che sublimava in amore massimo per Dio, scomodando religiosi e razionalisti come Piergiorgio Odifreddi, la ragione per cui è una delle opere che amo di più è ben altra.

L'Estasi di S. Teresa

L’Estasi di S. Teresa

E’ l’innovatività innegabile con cui Bernini interpretò il caposaldo dell’arte barocca: “È del poeta il fin la meraviglia, chi non sa far stupir vada alla striglia”.
I modi leziosi delle dame, pur nella rappresentazione religiosa, raffiguranti virtù e sante, vengono completamente abbandonati a favore della realizzazione di una dinamica eccezionale.

Il movimento parte dalla luce della finestra appositamente realizzata nella cappella, attraversa il dardo del putto dell’amore e si muove attraverso le pieghe scomposte, e mai così viste,  spettacolarmente disordinate e nel pieno del vortice, delle vesti di Teresa, giungendo nell’espressione del viso, dalla bocca semichiusa, che si sublima infine negli stucchi della volta.

Il massimo della teatralità che si compie, nella perfetta fusione tra architettura, scultura e pittura.

Questo fu il vero barocco. E chi se ne importa se fu sesso o misticismo.

La corrispondenza – il film

Certo di cinema ci capisco ben poco, quindi non pretendo di fare alcun tipo di critica, ma il film l’ho visto ed è stato inevitabile farmene un’opinione.

D’altro canto non è necessario conoscere la chimica per sapere se uno shampoo ci piace o no.

Comunque sia, al di là del fatto che di tanto in tanto mi è sembrato di scorgere una qualche inquadratura o una fotografia interessante, che ha attirato la mia attenzione e suscitato la mia curiosità, appena uscita dalla sala non riuscivo a comprendere se la pellicola mi avesse trasmesso qualcosa o meno.

la corrispondenza

la corrispondenza tra mia madre e mio padre

Ora ne sono certa.

Per due ore il film “La corrispondenza” ha richiamato alla memoria lo sgradevole senso di angoscia che pervadeva la mia casa dopo la morte dei miei.

A tratti mi ha irritato per la sua scontatezza e la maniera in cui viene affrontata la questione del lutto, con un’affettazione intollerabile; quell’affettazione tipica di chi un dolore simile lo vive solo per interposta persona, per avere affiancato altri mentre passavano per questa terribile esperienza.

Mi ha lasciato in definitiva un marcato senso di dispetto addosso.
Perchè questo Jeremy Irons vecchio e moribondo, che finge allegria per amore della giovane e bella, troppo fragile per sostenere il peso di cotanta scomparsa, e passa gli ultimi tre mesi di vita a programmare e-mail, lettere e video da recapitarle per non farla sentire sola dopo il distacco è il tipico uomo che si sente il centro dell’universo: lui decide che lei deve soffrire, quando deve soffrire, come deve soffrire e fino a quando.

Già pure fino a quando, perchè la storia si chiude con il suo ultimo messaggio dopo essere riuscito ad occupare un tot della vita di lei anche dopo morto, successivamente al quale lei, finalmente liberata, posa il suo sguardo su un altro uomo (più giovane, più bello e più divertente).

Copyright © 2017 "Assittata in pizzo", all rights reserved. Powered by Morici basing on Romangie Theme.