E’ complicato

“Certi amori non finiscono fanno dei giri immensi e poi ritornano…”
Le canzoni di Antonello Venditti non mi piacciono, “Amici mai” non costituisce eccezione.

Eppure questa canzone descrive lo stato emotivo di molte persone nella realtà: si sono lasciate  senza lasciarsi e si vivono come un reciproco rumore di fondo emotivo sempre presente.

Parlo di quegli ex che, se li guardate con attenzione, quando si incontrano casualmente, si guardano di sottecchi un po’ malinconici, anche una volta che si sono voltati reciprocamente le spalle e anche se sono in compagnia di un nuovo amore.

Sembra questo, almeno inizialmente, il concetto che passa nel film “E’ complicato”, i cui protagonisti sono Meryl Streep e Alec Baldwin, Jenny e Jake che, divorziati, si ritrovano casualmente per una notte folle, con annesse conseguenze: lui è risposato e nonostante questo riallacciano la loro relazione, tra momenti esilaranti ed equivoci tipici della commedia americana.

In realtà, esattamente come accade nella vita, l’assenza prolungata, o comunque le tante piccole assenze nella relazione generano uno spazio emotivo in lei che, senza alcun preavviso, viene riempito dall’architetto che le ristruttura casa: Steve Martin.

Vabbè se volete andate a vederlo. E’ su Netflix.

Comunque la grande verità è che le relazioni, anche quelle che non finiscono, in realtà finiscono. Quando si presenta l’occasione. Se si vuole ricomporre qualcosa che si sta rompendo o, peggio, si è già rotto è bene farlo il prima possibile o potrebbe essere troppo tardi.

 

 

 

Fratelli Unici

Immaginate di essere un fratello minore scapestrato, di un medico di successo e tutto d’un pezzo da cui avete sempre voluto attenzione.
Immaginate che vostra cognata si sia trovata a non riceverne più nemmeno lei, da un marito freddo e distante.
Immaginate di avere tradito con lei la fiducia di lui e che, dopo una inevitabile separazione e dopo anni in cui non avete scambiato nemmeno una parola lui ha un incidente, perde la memoria, regredisce allo stato di un fanciullo ottenne e vi venga affidato ob torto collo.

Metteteci un po’ di ironia, di confusione, di voglia evidente di riparare al male fatto e il piatto è servito.

Con leggerezza viene affrontato un tema familiare e sentimentale ricorrente: ferire chi non ci concede più le sue attenzioni e così annichilisce il nostro amore e la nostra dignità.

Il messaggio fondante del film è in sostanza “Scusa se non ti ho abbracciato”.

Se ad interpretare la trama sono due bonazzi come Raoul Bova e Luca Argentero meglio per tutti.

Il film è disponibile su Netflix.

 

Niente etichette

Non definisco i rapporti.
Non è più l’epoca in cui cercare una nicchia precostituita dentro cui trovare il senso di me.
Attraverso la fase della vita in cui non ne ho più bisogno per essere.
Ho necessità possibilmente di un po’ di felicità e di gustare le relazioni che il mio percorso mi ha, bontà sua, concesso, sperando in qualche nuova gratificazione futura, lavorandoci un po’ su e tagliando qualche ramo secco.

Uno dei doni più importanti dell’esistenza, forse il rapporto fondante della mia età adulta, lo descriverei così, come la ricetta di un cocktail: una parte di amicizia sincera, una di sesso godurioso, una di amore profondo ed una di libertà assoluta.

Il riposo dentro lo shaker del tempo ha fatto sì che, con gli anni, e per periodi più o meno lunghi, risaltasse una componente piuttosto che un’altra, senza che cambiasse mai la sostanza, rendendo però impossibile la definizione.

Ho così imparato che senza etichetta è meglio.

Vivamus atque amemus.
Questo basta.

 

A Giada. Ovunque sia andata.

È dì qualche giorno fa la morte suicida di Giada, studentessa dell’università di Napoli, in scienze naturali, che inevitabilmente ha catturato la mia attenzione, per un’infinità di motivi che proverò a spiegare. Di Giada sappiamo poco. Niente, mi viene da dire. Non sappiamo cosa realmente provasse-pensasse-sognasse-e benché meno perché abbia effettivamente deciso di farla finita. Dai giornali apprendiamo che avesse mentito su tutta la carriera universitaria. Così, è nel giorno della non-laurea, senza discutere, in silenzio, che sceglie di lanciarsi dal terrazzo della facoltà.
Ed è sempre dalla stampa che sappiamo che Giada avesse due genitori. Un fratello. Un fidanzato e tanti parenti arrivati a Napoli proprio per assistere alla sua presunta discussione.
Giada non è la prima, ma vorrei che fosse l’ultima. Ed allora, se potessi parlare con Giada le racconterei di quella volta in cui al liceo, in maniera totalmente impunita, dissi alla mia professoressa di filosofia ‘Non è una laurea che fa di lei una buona insegnante’. Inutile dire che la faccenda mi costò una punizione, in qualche modo, sproporzionata -da parte di mamma, che mi ha insegnato il rispetto, e, quindi anche il rispetto dei ruoli, che io avevo travalicato. Ma nonostante tutto, non ho mai smesso di sostenere il mio pensiero.

Badate bene, credo che sia necessario avere delle competenze ,ed, ancora di più, acquisirle tramite uno studio costante ed approfondito, se e quando, però, decidiamo di inserirci nel mondo del lavoro et simili. Ma una laurea non è la nostra carta d’identità. E non deve esserlo.

Sono all’ultima materia del mio luuuungo corso di laurea, a volte difficile piano di studi, e so di aver risposto più volte alla domanda ‘E la laurea?’ anziché ad un sincero ‘Ross. Come stai?’.
Non conosco le ragioni per cui sussista questo anomalo attaccamento morboso alla mia carriera universitaria, e poco mi importa. Ma conosco a menadito l’ansia presame, la paura di non farcela. Perché si sa l’esame è anche sempre un po’ di culo!

Io, però, ho avuto la fortuna di condividere ‘gioie e dolore’ e con Rachele, mia collega-coinquilina e con la mia famiglia, sempre pronti a supportarmi e sopportare me e tutte le mie lacrime. Uuh, quante ne ho versate. A mo’ quasi di rito propiziatorio.

I genitori, i miei, quelli di Giada, i vostri, radici e pilastri portanti della vita di ogni figlio-a, che mai vorremmo deludere. E sono certa che neppure Giada avrebbe mai voluto. Al punto tale da preferire di lasciarsi morire, che sopportare la delusione-sofferenza negli occhi di chi le ha sempre voluto bene, e che lei, invece, aveva ingannato.

Questa storia, quindi, ci insegna che condividere non è facile, ma necessario. Talvolta. Che un ‘Come stai?’ non ci salverà la vita, ma fa un sacco bene. Che le scelte che facciamo non sono irrevocabili. Che si può cambiare idea. E che il ‘cambio variabile’ non è necessariamente un fuori strada, ma a volte, può esser la strada giusta.

A Giada, ovunque sia andata.

Di Rossana Campaniolo

A casa tutti bene

Ci sono nomi che creano aspettative. E lo sa bene, chi di professione ha scelto di fare il regista. Ed è esattamente quello che fa Gabriele Muccino, quando sceglie il cast del suo ultimo film. Tutti nomi che recano una certa carica di destino. ‘A casa tutti bene’, dunque.

Mi metto comoda ed aspetto.
Che poi è quello che faccio sempre quando temo ma spero, fino all’ultimo, di non esser delusa.

E Muccino, esattamente come da manuale, mi ha sedotta ed abbandonata. Naufragar nell’aspettative deluse, sotto ogni profilo.

Non c’è storia.

È una mera-fedele riproduzione di uno spaccato di vita, della borghesia italiana. Perlopiù concentrati ad apparire che viversi. Conoscersi.

Tutto è rimasto in superficie.

Non si è arrivati ad un rapporto madre-figlia viscerale. Nè ad un Amore follemente passionale. E neppure ad una vera e propria tragedia. Che come ha ben sdrammatizzato il mio Amico Pi seduto alla mia destra, è stata questa poi la vera tragedia, per me. Che ho imparato a smettere di essere anaffettiva. Che piango e rido in egual misura. Perché di piangere e ridere ne ho, addirittura, necessità.
Che sono diventata più brava a condannare che assolvere. Che non mi perdono. Che destrutturo, e spesso distruggo, in nome della verità – che è sempre una ed assoluta. Ed io mi sento esattamente così. Assoluta.

Peccare di pathos, quindi, è la colpa più grande di questa numerosa, ma neppure tanto caotica, famiglia italiana. Simile a molte, ma non di esempio. Voglio sperare.

Ps. È entrato nella mia lista dei perdibilisssimi, di default. Grazieaddio!

Rossana Campaniolo

Il mondo dietro una maschera gialla!

Quando siedo in casa Assittata, è difficile trovare qualcosa che mi trattenga dal riflettere a lungo e sfogare i miei pensieri su fogli di pixel bianchi.
Tra queste pareti volano pensieri e accuse, disgusti e complimenti di ogni tipo, consigli e pratiche vanità davanti allo specchio.

Parliamo di noi stessi, degli altri, dei luoghi che abbiamo visto e quelli che non vorremo più vedere, della realtà che ci circonda e di quella che creiamo noi per stare bene.

Oggi farò una cosa che non era successa prima su questi sfondi: vi parlerò di un esperimento sociale che ho avviato tre mesi fa, in silenzio e nascosto agli occhi di tutti, e che ho chiuso non pochi giorni or sono.
Ho usato una “dating app” per la prima volta, e assieme a voi ne analizzerò le varie sfaccettature, che hanno portato una persona tranquilla come me all’esasperazione e al più profondo orrore.

La realtà delle “dating app” esiste e si fa sentire, nonostante la gente tenda a tenerle nascoste e vergognarsene, non parlandone mai con amici o familiari e arrossendo quando se ne menziona anche solo il nome.
Si finge di non conoscerle o non ricordarne il marchio, e quando di fronte ad una determinata persona X viene posta la domanda: “Ma come l’hai conosciut*?” si tende ad inventare una storia del tutto nuova, o dare la colpa al più comune Facebook.
Eppure ho provato per la prima volta Grindr, un’applicazione d’incontri tra omosessuali, e non ne ho provato alcuna vergogna. Sarà perché non ho mai dato un peso concreto ad uno strumento simile, sarà perché son sempre stato schietto e sincero in ogni cosa della mia vita, ma non vedevo il motivo di così tanto imbarazzo.

E così, davanti ai vostri occhi, apro l’applicazione e ve ne descrivo i meccanismi, vissuti giorno dopo giorno per quasi tre mesi interi.
Clicchiamo sull’icona con la maschera gialla, che ormai vedo contro le palpebre ogni volta che chiudo gli occhi inorridito. Sulla home, sentiamo già che qualcosa puzza di marcio: volti, petti scoperti, sederi nascosti sotto ai jeans, profili senza immagine. Sono ovunque e si delineano poco a poco mentre scorriamo la lunga lista di contatti che, per fortuna, si ferma senza dare l’occasione di vedere altro.
Tiriamo un sospiro di sollievo, ma non lasciatevi ingannare, perché nei prossimi punti vi elencherò cosa non va con un’applicazione che ormai è ritenuta qualcosa di fondamentale nella vita di quasi ogni omosessuale, considerata uno strumento necessario per “trovare qualcuno o riconoscere chi è cosa intorno a noi”.

1) HIGH SCHOOL NEVER ENDS
Così cantavano i “Bowling for Soup” e così va, più o meno, il magico mondo su sfondo nero di Grindr. Sembra di essere tornati tra i corridoi di un comune liceo americano, quelli stereotipati che vediamo sugli schermi quando seguiamo una banale serie televisiva o un film comico. L’unica differenza è che Grindr è la realtà, ed è una di quelle realtà fatta di gerarchie e scale sociali.

Abbiamo l’utente più famoso, che è normalmente il più bello e quello con i pettorali sempre in mostra, che ha la chat intasata di messaggi e “tap”, una sorta di adesivo che ci si invia l’un l’altro per dire: “Ehi, sono qua e ti trovo carino/scopabile, calcolami e andiamo!”
Lui comanda tutto e tutti, è conosciuto in lungo e in largo, e quando lo rifiuti o ti metti nei casini con lui sei automaticamente segnato. Puoi contare i tuoi giorni, perché dirà ai suoi amici in palestra o a chiunque sarà la sua prossima vittima che “c’è questa troia pazza che se la tira, ma non vale niente”. Vi stupite di come vadano le cose?

Maddai, è semplice gerarchia, forza!

In netto contrasto con questo tipo di utente, abbiamo gli sfigatelli, che poi sono le persone più comuni e discrete, quelle che preferiscono stare sulla loro e parlare con pochi utenti, fidandosi di ancor meno gente. Ovviamente passano in sordina e non avranno mai un’occasione da parte di nessuno, anzi se possibile saranno le prede più facili da ingannare, quelle a cui dirai qualsiasi cosa pur di aggiungere un’altra tacca alla tua cintura penosa di conquiste.
I poveri sfigatelli, che tanto sfigati poi non sono, sono i tipici utenti che preferiscono entrare su Grindr una volta ogni cento anni, pur di conservare la loro dignità ed evitare l’ennesima presa in giro da chi, su quello sfondo nero, fa da padrone e gioca con le carte più sporche che ci possano essere.

In fondo alla scala sociale abbiamo gli utenti più grandi, quelli che vanno dai quarant’anni a salire. Un po’ come i contadini nel medioevo, questi utenti vengono usati al momento del bisogno, per racimolare un po’ di soldi con del disgustoso sesso a pagamento o quando finiscono le scorte di utenti da manipolare.

In mancanza di carne fresca, va sempre bene tappare qualsiasi buco capiti a tiro, soprattutto nelle ore notturne e nelle fasi più improbabili della giornata, nei luoghi più sudici che sanno di trasgressione.
Siete perplessi? Eppure questo è il meccanismo base. Andiamo avanti.

2) VENDESI AL MIGLIOR OFFERENTE
Questo è un altro dei tasselli fondamentali delle regole non scritte che caratterizzano Grindr. In fondo, non è un caso che chiunque stia su quell’applicazione si lamenti di essere trattato come “carne da macello”, salvo poi comportarsi come se fosse peggio che un prodotto in vendita e pronto per essere concesso a tutti.

Eppure, applicazioni come Grindr non sono altro che una vetrina linda e pinta, in cui gli utenti si mettono in mostra provando a dare il meglio di sé, così da farsi comprare dal miglior acquirente nei dintorni.

Il kit del perfetto maiale al macello include:
– una foto profilo, che l’utente medio preferisce perfetta e impeccabile, possibilmente col fisico in mostra così da poter far capire agli altri che ne varrà la pena;
– una descrizione non troppo dettagliata, ma possibilmente interessante, così da ingannare anche le menti più innocenti e spingerle ad entrare in contatto con l’utente in questione;
– informazioni base come l’altezza e il peso, le preferenze sessuali e la cerchia a cui si appartiene, per delimitare il campo pur restando aperti a chiunque;
– extra come il profilo Instagram o Facebook, giusto per mantenersi social e alzare il numero di seguaci da tutto il mondo.

Con tutto il materiale a disposizione, l’utente medio può entrare senza problemi nel magico mondo di Grindr, e verrà quasi subito attaccato e bombardato di messaggi, finché il suo profilo non “passerà di moda” e sparirà tra il resto dei prodotti.
Curioso, vero? Sembra proprio di stare al supermercato. Eppure, tutto questo è ancora niente.

3) MAMMA, HO PAURA DELL’UOMO VERO
Se i primi due punti ho avuto modo di analizzarli da lontano, quest’ultimo ha purtroppo coinvolto anche me in prima persona, contro la mia volontà. Sembrerebbe un brutto vizio degli utenti di Grindr, ma io ritengo che sia soltanto una più comune paura, quella di trovare dietro la foto profilo una persona vera.

E con “vera” intendo una persona in carne ed ossa, con un cuore ed una mente, con una bocca per parlare, con un paio di occhi più o meno profondi per guardare e analizzare la situazione, con delle mani che possano stare al gioco o rifiutarlo di colpo.

Ma soprattutto, sembrerebbe che gli utenti di Grindr abbiano paura di trovare una persona che sia totalmente Umana, e non soltanto una bambola gonfiabile con cui parlare del nulla finché non si arriva al dunque, solitamente consumato sul letto di una stanza stretta o su una macchina al freddo di un parcheggio qualunque.

C’è qualcosa che gli utenti su Grindr notano in un’altra persona, ad un certo punto, ed è la stessa identica cosa che li spinge a sparire dopo la prima sera. Credo stia tutto negli occhi o nei dialoghi, quando si fanno troppo insistenti o presenti, quando si parla troppo e di troppe cose. È come se, con i dialoghi, si varcasse una soglia che rovina il rapporto sessuale consumatosi successivamente, spingendo uno dei due a tagliare i ponti sparendo nel nulla.
Da qui nasce il più comune “incontro-da-una-botta-e-via”, quello più semplice in cui non ci si conosce e non si parla più di tanto, se non limitandosi alle domande più educate tra “come va” e “che hai fatto oggi”. Niente che possa effettivamente cogliere l’interesse dell’altra persona.

C’è tanta paura tra gli utenti di Grindr, che può andare dalla paura di accettare il fatto di aver conosciuto un altro essere umano, alla paura di aver conosciuto effettivamente un uomo. Quest’ultima è una cosa che molti, anche su Grindr stesso, faticano ad accettare ritenendola inconsciamente contro natura e rifiutando qualsiasi tipo di legame affettivo con una creatura dello stesso sesso.
È triste, e penso che a questo punto vogliate fermare quest’analisi, troppo sconvolti da come funziona questo mondo nascosto nelle tasche dei jeans di milioni di persone al mondo.
Potrebbe mai essere peggio di così? Risposta ormai ovvia: sì.

4) IL PESO DI UN LEGAME
Confesso: questo è il punto che mi urta di più, ossia la costante paura che gli utenti di Grindr hanno di legarsi ad un’altra persona, nel modo più dolce e tenero possibile. Frequentando un’applicazione del genere, vi rendereste
conto che c’è una sorta di odio profondo, quasi malato, anche solo al sentir nominare la parola “relazione”.
E quando arriverete ai famosissimi “profili di coppia”, vi accorgerete che è lì che sta il problema di fondo: nessun utente di Grindr sarà mai disposto a rinunciare alla propria libertà sessuale, in cambio di qualcosa di stabile che potrebbe sfociare nella monotonia. È molto più facile trovare la novità in un corpo nuovo, e per questo nessuno vorrà mai legarsi troppo ad una persona.

La stessa cosa accade nella più comune frequentazione: due persone escono assieme per una settimana o due, magari arrivano anche ad uscire assieme per un mese, ma uno dei due manterrà sempre i contatti con chiunque gli capiti a tiro.
Questo è il perfetto esempio del fenomeno più tristemente diffuso su Grindr: la mancanza di rispetto e di sincerità, gli uni con gli altri, ma soprattutto verso sé stessi.
Non so quanto di tutto questo sia più o meno grave, ma purtroppo è un problema presente e credo che sia stato questo a spingermi a concludere in fretta il mio esperimento, per non andare ad incappare in qualcosa di ancor più grande e triste.

Sembra quasi che il mondo umano, a livello interiore, stia andando a rotoli e nessuno potrà mai farci niente. Le “dating app” sono una realtà insistente e, di questo passo, non tramonteranno mai.
Neanche in un futuro in cui si potrà stare tranquilli già solo essendo sé stessi in totale libertà.

Di Paolo Costa

L’annus orribilis per l’amicizia. O forse no.

Siamo alla seconda settimana di Gennaio e non riesco a non pensare ad un fatto che è accaduto ripetutamente nel corso dell’anno che si è appena concluso: ho tagliato ponti. Alcuni significativi, almeno per me, duraturi e apparentemente impossibili da mettere in discussione nel ruolo di collegamento affettivo con il mondo.

Che le modalità siano state rumorose,  che si sia trattato, figurativamente parlando, di un colpo di pistola secco  attraverso un cuscino immaginario, che la stanchezza abbia portato la dolce morte dell’ipocrisia, in nessun caso è mancata una buona dose di sofferenza. Ne è variata solo l’intensità e la durata.

Sono arrivata a pensare che il 2017 sia stato un annus orribilis per la quantità di delusioni che ho inanellato. Amicizie, buone conoscenze, collaborazioni negli ultimi dodici mesi mi hanno riservato sfiducia, menefreghismo, stupidità che nemmeno la più funesta delle relazioni sentimentali era riuscita mai a collezionare.

Eppure, ad oggi, lo rifarei. Intendo di interrompere le trasmissioni.

Perchè non è possibile rimanere accanto a chi non è se stesso e si presenta dietro mentite spoglie rischiando di rimandarti un’immagine condizionata, spesso tossica e peggiorata di te. Come se quella sbagliata fossi tu.

Ogni tanto bisogna anche riconoscere che può essere che il nostro problema siano semplicemente gli altri.
E andare avanti.

 

Che il Natale sia con noi

Il 9 Dicembre mi sono svegliata storta: è Natale.
Da giorni, in alcuni casi anche più di dieci, il mondo intorno a me si è ricoperto di lucine, bastoncini di zucchero e festoni. Che palle!

Da quando sono adulta detesto l’albero e ciò che rappresenta e mi sono sempre sentita un po’ costretta ad allestirlo.
Amo le decorazioni per mero vezzo estetico: al netto delle kistch, alcune sono gradevoli.

Quindi per questa volta mi sono limitata ad abbellire casa, senza azzizzare il mio Spelacchio portando alle estreme conseguenze il fatto che l’anno passato ne avevo impostato uno piccolo, chiudendolo in un sacco, già bello e pronto, da tirare fuori e accendere per questo Dicembre: sforzo minimo con risultato massimo.

Invece no. Non ho avuto motivazione nemmeno nel fare questo: d’altronde è solo un oggetto di plastica, scimmiotta una pianta vera, è falsa, come i buonismi del periodo che poi si sciolgono nel nulla della quotidianità, goccia in un bicchiere.

Stamattina è arrivato puntuale il pentimento.

Su Facebook un mio contatto ha fatto presente a tutti i nemici della contentezza del periodo delle feste che sono così insofferenti probabilmente perchè hanno a portata di mano quello che in realtà sta intorno all’Albero e lo danno per scontato: la famiglia, gli affetti, le amicizie, il tempo e lo spazio da condividere con loro.

E’ tutto profondamente vero.
E mi sono sentita una stronza.

Quindi, a questo punto, non mi resta che alzare le terga dalla sedia da cui vi sto scrivendo ed andare ad incartare i regali che, comunque, ho già acquistato, ma devo ammetterlo soprattutto pensato in alcuni casi, per la mia famiglia, allegando cotanto di grazioso biglietto di accompagnamento.

Auguri (colpevoli) a tutte e tutti voi.

 

 

Ho imparato che

Ho imparato a riconoscere i miei errori. Per la maggiore di valutazione. Ho acquisito la capacità di riconoscere quando arriva il mio momento di chiedere scusa. Ma non so ancora come si faccia -concretamente- tutto ciò. Ed allora scrivo. Ho scritto quando ero dispiaciuta per aver alzato la voce contro la persona sbagliata. Ho usato la penna quando, magari, avrei dovuto abbracciare. Magari!

Ho sempre usato le parole, insomma. Perchè credo che -se le usi con onestà- corrispondano meglio a ciò che dicono. Non mi nascondo dietro alle parole, anzi, tutt’altro. Emergo. Con le parole, ancora prima di esprimere un pensiero, affermo me stessa. Che è quanto di più coraggioso riesca a fare. Adesso, perlomeno.

È mercoledi, fine pomeriggio. Ho viaggiato in pullman, che in Sicilia non è esattamente sinonimo di comodità. Mi sono ingozzata di sushi. Mi sono persa dentro zara e ritrovata davanti ad uno spritz. Tutto molto bello, davvero. Tutto emotivamente sensibile, però!

Ero stanca ma felice. E toh, poco dopo sono stata superficiale (ma questo l’ho capito qualche giorno più tardi!).
Al centro di piazza Castelnuovo, diffusamente conosciuta come piazza Politeama, c’è un albero di Natale. Alto e pieno di roba. Troppa! -Ho esclamato.
Ho storto il naso, e sono passata oltre.

Sono tornata a casa.

È qualche giorno dopo, invece, di sabato, quando il karma -perchè esiste e con il passare del tempo me ne convinco sempre più- mi mette a tu per tu con un articolo di Marcello Mussolin. Èd è esattamente in quel momento che mi sento stupida. Anche Marcello è andato al politema. Ed al contrario di me, si è soffermato. Ha iniziato a fotografare l’abete e scatto dopo scatto ha letto dei nomi. Aurora, Dimitri, Melissa…Tutti bambini che su quei rami, forse non perfettamente belli ed armoniosi, hanno appeso la loro speranza. Di guarire dal cancro.

Ebbene si. Non è un addobbo comunale. È qualcosa di più. Di diverso. È l’abero della vita -di questi piccoli pazienti del civico di Palermo- che sta attraversando una bufera fortissima di vento. Ed io, come nessun altro passante distratto – tanto quanto me- abbiamo il diritto di schernire.

Mi sono sentita tremendamente in colpa per non aver dedicato la giusta attenzione, ed è per questo che ho promesso di tornare a Palermo e lasciare un biglietto ad Aurora, Dimitri, Melissa, Rinaldo..È il mio modo di chiedere scusa. Ad ognuno di loro. Ma è anche il mio modo per ringraziarli. Perchè il loro coraggio di non arrendersi è per me una lezione. Di vita. E buongusto!

Di Rossana Campaniolo

Orange is the new black

E inevitabilmente anche io, alla fine, ho attivato l’abbonamento a Netflix. Ero curiosa di vedere come funzionava e di guardare la famigerata “Orange is the new black”.
Diversi amici me l’hanno indicata già un anno fa ma io avevo deciso di resistere, almeno un po’.

Comunque sia ho bevuto tutte le serie disponibili. Già. Tutte e cinque.

La storia è intanto quello che deve essere: divertente. Questo porta lo spettatore da un episodio ad un altro senza che se ne accorga.

I primi possono sembrare foschi ed angoscianti, ma poi, soprattutto dalla terza serie, iniziano ad emergere alcuni paradossi, tra cinismo e comicità plateale, che conducono dritto dritto verso l’ultima batteria di puntate, quelle della rivolta, al momento lasciate in sospeso in attesa del sesto blocco.

Mentre lo guardavo diverse volte ho pensato che fosse inverosimile.
Solo cercando qua e là ho scoperto che invece si tratta di una storia che prende il via da una evenienza capitata davvero ad una tale “Piper”.
Ecco, la questione è che proprio l’unico personaggio inutile è questo: quello più vero.

Per il resto la caratterizzazione di tutte le protagoniste, i flashback continui, la coralità di certe scene e direi anche la fotografia, bella e a tratti eccelsa se pensiamo che ritrae un luogo per definizione “brutto”, rendono il programma proprio interessante.

Non vedo l’ora che sgancino la prossima sequenza.

 

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