La grande mostra su Antonello da Messina a Palermo

E’ troppo da snob affermare che ciascuno ha la sua religione?
Ed è ancora peggio dire che se ne può professare più di una anche contemporaneamente?
Non credo non si sia capito che la mia principale confessione è la tutela dei diritti umani.
Si sposa, del resto, perfettamente con il mio assittamento, perchè porta alla reazione dove c’è violazione.

Tuttavia professo un’altra fede: la passione per l’arte.
Che io sono una convinta per davvero che la bellezza salverà il mondo.
E’ per questo che di tanto in tanto vado in pellegrinaggio, qua e là, il naso in sù e mi beo della magnificenza divina delle opere, frutto di intelletto , cuore, passione e nude mani, con una transustanzazione che ne determina la sacralità.

Del resto non mi sono nemmeno risparmiata un unico episodio, vivido nella mia memoria, di sindrome di Stendhal.

Comunque sia una delle mie mete di introspezione più profonda è Cefalù. Comprenderne la ragione mi sembra abbastanza intuitivo.


Ogni tanto mi è necessario entrare al Museo Mandralisca e sedermi lì, di fronte al “Ritratto d’Uomo” di Antonello da Messina e semplicemente rimanere in assorta contemplazione. Non è questa una forma di preghiera?

E’ per questo che ho accettato di buon grado di accompagnare la mia amica Cristina alla mostra su Antonello da Messina, attualmente in atto a Palazzo Abbatellis.
Ho rivisto vecchi amici, come l’Annunciata, e ho potuto osservare poche opere mai viste prima nella mia vita.

Una Crocifissione proveniente dal Museo Nazionale Brukenthal Sibiu e una tavoletta con l’Hecce Homo e San Gerolamo. Questa, in particolare, ha colpito la mia fantasia. Piccolissima, un santino ligneo double face in sostanza, è consumata dai baci del devoto.

Dagli Uffizi proviene il trittico con la Madonna con Bambino, San Giovanni Battista e San Benedetto e dalla Pinacoteca Malaspina di Pavia il Ritratto di giovane gentiluomo.

Un’esperienza unica. Da cogliere, anche più volte, entro il 10 Febbraio.

Carnosi taglieri a confronto (a Palermo)

Per alcuni anni ho frequentato a Palermo un posto chiamato “Mango Pub”. Lo avevo scoperto entrandoci per caso una volta che il locale vicino, dove volevo effettivamente andare, non aveva posto a sedere.
Mi è sempre piaciuto perchè essenzialmente presentava in maniera totalmente distonica sia prodotti irlandesi che indiani. Soprattutto mi appassionava il cheese nan e quindi ci tornavo, di tanto in tanto.

Un giorno, convinta di andare là a mangiare l’ennesimo pollo tandoori, mi sono praticamente ritrovata in un altro posto. Medesimi proprietari ma intendimento del tutto diverso, il “Dortmud Platz”, sostituisce il vecchio concept, e presenta essenzialmente cucina tedesca e dei buonissimi taglieri di carne.

Tagliere al Dortmund Plaza

In cosa consistono? In una enorme grigliata di carni diverse, bianche e rosse, la cui centralità è data all’angus, accompagnate da patatine fritte.
Il tutto ad un modico prezzo fisso di 12 euro, il cibo è completato da una birretta o da altra bevanda inclusa.
Unire uno strudel è gioco facile per avere una cena praticamente luculliana per un costo intorno a complessivi 15 euro.
Un servizio familiare, non perfetto, ma molto cortese e un’ambientazione rustica, rendono tutto molto attraente.

Ecco i voti:

Location 6/10
Servizio 6/10
Presentazione piatti 6/10
Gusto e qualità 8/10
Rapporto qualitá e prezzo: 9/10

Totale 35/50

Qualche giorno fa però tornando a casa mi sono imbattuta davanti ad una insegna: “Mastro Birraio. Nuova apertura”.
Vicinissimo a dove abito non è stato possibile non andarci e ci ho letteralmente trascinato un amico.
Dall’esterno il locale sembra molto bello, e a dire il vero anche dalle foto su internet.
Salvo che entrando si riscontra come sia tutto praticamente di plastica. Tavolini da bar esterno, sedie dal colore delicato ma finte come una moneta da tre euro.

L’ambiente è buio e un po’ freddo, nel senso che proprio mancano i riscaldamenti.
Il personale tuttavia è gentilissimo e molto affabile.

Anche qui è possibile ordinare un tagliere a prezzo fisso con bevanda.
La grigliata è la medesima trovata al Dortmund, mancante però giusto del pezzo forte dell’angus, sostituito invece da una insalata. Il prezzo inoltre è più alto: 15 euro.

Tagliere da Mastro Birraio

Da rilevare una vastissima offerta di alcolici: tra la bassa temperatura e la pancia comunque molto piena, un Amaro del Capo ha avuto il suo perchè.

Voti

Location 5/10
Servizio 6/10
Presentazione piatti 6/10
Gusto e qualità 6/10
Rapporto qualitá e prezzo: 8/10

Totale 31/50

Don Carmelo a Palermo

Non ho nessun problema ad ammettere che mi assetto in pizzo soprattutto quando devo mangiare fuori.
Rompo le scatole su un sacco di cose: il cibo, il posto, il cameriere che se mi fa antipatia povero lui, il chiasso, il silenzio, la compagnia. Sono una vera rottura.

Tuttavia alla fine vengo a patti con l’umana natura dei gestori e dei professionisti del settore e con la mia. Quindi dopo un lungo negoziato tra me e me accetto che il posto possa anche non essere perfettamente confacente ai miei gusti e alle mie necessità

Il luogo per antonomasia con cui non riesco (quasi) mai a negoziare è però la tipica pizzeria per famiglie con 300 posti a sedere. Praticamente un girone dell’inferno dantesco per quelle che sono le convinzioni su ciò che voglio quando esco fuori casa per pranzare o cenare.

Sto quindi attenta a non cascare nella trappola di qualche invito da parte di qualche amico che non ha la mia stessa paturnia. La scorsa settimana invece mi ci sono ritrovata in pieno: mi hanno convinta ad andare a mangiare una pizza da Don Carmelo a Palermo.

Siamo in otto e arriviamo a spizzichi e bocconi. Il primo gruppo da quattro, di cui faccio parte io, si accomoda in attesa degli altri.
Lo spazio è sconfinato. Ben arredato ma c’è freddo.  Il nostro tavolo è preparato accanto ad uno di una quindicina di persone. Siamo praticamente attaccati. Così tanto che se io mi giro sento le spalle della persona che sta dietro di me. Tutto questo mentre un altro tavolo di simile capienza, lì nei pressi, che resta vuoto per tutta la sera e quindi non è prenotato, è a disposizione.

I primi commensali chiedono, in attesa degli altri, di potere piluccare qualche fritto. Il cameriere che prende la comanda non comprende esattamente che cosa vogliamo finchè io capisco e gli leggo per esteso il nome del piatto del menu a cui ci riferiamo e recito: “Un frittino misto per quattro persone, per favore”

Arrivano così, veloci e buonissimi, degli antipasti classici siciliani, molto ben presentati.
In piccole cassette di legno. Molto pittoresche. Calde, e di ottimo sapore.

Arrivano gli altri e si completano le ordinazioni. Il menu è molto ricco di pizze suddivise per categorie. Io e il mio vicino decidiamo di prenderne due differenti e di scambiarcene metà ciascuna, per assaggiarle.

Lui ordina un “cannolo”, preparazione dalla forma caratteristica con pesto di zucchine, burratina e speck, io una più elaborata “bomba esplosiva”, una elaborazione definita gourmet, con tanto di fonduta di formaggi.
Quando arrivano la forma e l’aspetto di entrambe  sono interessantissimi.

All’assaggio la delusione è quindi più cocente.
Gli impasti sono buoni, ma la pizza cannolo è completamente insipida, a dispetto dello speck, di contro la pizza bomba è così carica di ingredienti che fuoriescono da questa sfera  ripiena, che non si capisce il senso principale del piatto.

Il caos di bambini vocianti, un servizio dove è necessario sollecitare una birra richiesta in ritardo e un trattamento non al massimo della cortesia e della professionalità  mi confermano che in questi posti così “industriali”, dove si presenta tantissima gente, la cura del commensale è più che altro una faccenda da catena di montaggio.

E questo mi fa una tristezza che penso sia meglio evitare.

Dare poi 20 euro a cranio per tutto questo, è accettabile solo a partire dalla considerazione che, tutto sommato, la pancia è piena.

I miei voti:

Location 5/10
Servizio 5/10
Presentazione piatti 8/10
Gusto e qualità 4/10
Rapporto qualitá e prezzo: 5/10

Totale 29/50

 

Il Bistrò del Teatro Massimo

Un mio amico mi chiama: “Stasera ti porto in un posto molto particolare, il Bistrò del Teatro Massimo”
Io: “Ah, sì, ci sono stata per una merendina, ma ha dei prezzi elevati”
Amico: “Sì ma noi facciamo l’apericena che ha dei costi un po’  più contenuti anche se le porzioni,ti avviso, sono da novelle cousine”
Io: “Pazienza, se avremo ancora fame andremo a mangiare una pizza ahahahahah”

Arriviamo all’orario  prestabilito della prenotazione, in tre come preannunciato.
Veniamo accolti immediatamente, con cortesia e professionalità, e diretti ad un tavolo da quattro, affinchè si stia più comodi, con più spazio a disposizione.

La cameriera registra le ordinazioni, rivolgendosi naturalmente anche alla terza commensale.
Il mio amico: “La signora è straniera”, e le traduce in francese quello che le viene chiesto affinchè possa scegliere ciò che le aggrada dal menu.

Io e il mio amico optiamo per un piatto a base di anatra con contorno di verdurine, io domando un calice di “Sirah”, il mio amico uno di “Nero d’Avola”, la nostra terza commensale un piatto di bucatini con broccoli “arriminati” e, mentre respiro e conto fino a cento per portare pazienza, una tazza di milk and coffee come accompagnamento.

Arriva tutto in relativamente poco tempo.

La cameriera per il servizio si rivolge alla terza commensale, nuovamente in italiano, e noi lì ancora a specificare che dovevamo tradurre.
I piatti sono ben fatti, per ingannare sulla porzione, le stoviglie sono più piccole di quelle standard.

Servono il milk and coffee e portano i calici già riempiti e senza assaggio e li porgono a ciascuno d noi.

Avvicino il vino alla bocca e non riconosco il Sirah. Imputo l’evenienza al fatto di non essere una degustatrice appassionata, ma lo segnalo al mio amico, che mi fa assaggiare il suo. La conclusione è che i due calici sono talmente simili da ragionevolmente potere pensare che siano pressocchè la medesima cosa. Del resto non è possibile verificare poichè non abbiamo visto le bottiglie.

Mentre gustiamo l’unico piatto ordinato, veniamo avvicinati più e più volte dal personale per sapere “se è tutto di nostro gradimento”. Una frequenza di circa una richiesta di informazioni ogni quindici minuti, anche alla terza commensale, sebbene sempre in italiano.

Tra una chiacchiera e l’altra, vado al bagno. Lì vivo una esperienza decisamente da dimenticare dal punto di vista igienico, talmente sgradevole da non controbilanciare la bellezza delle aree destinate ai pasti, molto affascinanti perchè interne al Teatro.

Spendiamo una sessantina di euro. Il cibo è buono, ma non giustifica il prezzo, immagino legato ad una location così importante.

Tuttavia un contesto così prestigioso presuppone un servizio più adeguato, attento ma non ossessivo, preciso nella mescita delle bevande, preparato a commensali stranieri, e una maggiore cura delle aree di servizio come il bagno.

Tornerei? No. A meno che la scelta non dipendesse da me.

I miei voti:

Location 6/10
Servizio 5/10
Presentazione piatti 7/1O
Gusto e qualità 7/10
Rapporto qualitá e prezzo: 6/10

Totale 31/50

Il Natale presente

Stanotte è successo un fatto curioso per strada, praticamente sotto casa mia.
Potevano essere le due passate.

C’era una ragazza mediorientale, con la pelle olivastra.
Piccola. Sì e no avrà avuto  diciotto anni, forse anche meno, magari era pure minorenne.

Araba lo era di certo, perchè a tratti farfugliava, ma certe volte urlava proprio in una lingua incomprensibile.
Cioè si capiva che dalla sua bocca usciva a tratti la parola “zawj”, rivolto ad un tizio abbastanza anziano e malvestito che era con lei.
Se non mi sbaglio “zawj” vuol dire marito, ma quello poteva avere almeno 50 anni.
Forse era suo padre, suo zio o suo nonno.
O magari era vero suo marito, che le ragazze del Medio Oriente sposano i vecchi  per interesse familiare, convenzione o accordi tra tribù.

Era incinta grossa.
Ogni tanto si toccava la pancia, specie quando gridava.
Forse aveva dolori.

Comunque per sì e per no ho chiuso le finestre.
Erano ancora tutti a casa mia per la notte di Natale.
Metti caso i picciriddi si scantavano.
Se aveva bisogno poteva andarsene alla Polizia e noi dovevamo ancora mangiarci il Panettone

 

Bilancio

Ok, siamo a Dicembre e quindi è tempo di bilanci annuali, anche di vita.
Sembrava che questo 2018 sarebbe stato più o meno come gli altri, con alti e bassi, qualche problema e qualche soddisfazione. Invece è stato inconsapevolmente rivelatore.

Tra Giugno e Settembre mi è accaduto di dovere contrastare un fastidio per nulla grave ma certamente seccante.
Mi è venuta la sciatalgia. E al di là del fatto che ha cambiato la mia propriocezione (sto invecchiando bedda matri!), mi ha dato una visione della mia vita che mai mi sarei aspettata.

La sciatalgia è invalidante. Quindi sono stata costretta a letto. Nel periodo in cui non sono stata in ferie andavo a lavoro, tornavo e mi mettevo a letto, fino al momento di tornare in ufficio. Complice una spesa esosissima agli inizi di Agosto, ho passato anche le ferie a casa, in quasi totale immobilità, nella massima riflessione.

Ho visto passare le settimane, i giorni, le ore, i minuti e ogni singolo secondo. E’ durato poco più di tre mesi, poco più di un intero quarto dell’anno che si sta chiudendo. Non poco tempo davvero!

In quella fase ho ricevuto un dono che non mi sarei mai aspettata.
Ho potuto concentrarmi non su di me, ma su chi era intorno a me, davvero, in un momento di effettiva depressione, in cui ero tutt’altro che divertente e di compagnia, e prendere atto che alcune, sedicenti importanti figure della mia esistenza, o che almeno io pensavo tali, non c’erano.

Non c’erano perchè non si erano accorte che io non c’ero.
Le vacanze, l’estate, il (proprio) benessere, il fatto di essere la propria priorità le distraeva così tanto che non si sarebbero accorte neppure se fossi morta in quel frangente.

Per un paio di persone ho realizzato che in realtà non c’ero da più tempo di quanto io non le avessi viste intorno a me. Le avevo percepite io, perchè le avevo messe dentro ai miei orizzonti,  per abitudine, paura o ipocrisia verso me stessa, chissà, ma non c’erano da tanto tempo, forse da anni.

Forse non c’erano mai state.

E quindi? Ho lasciato fluire.
Ho lasciato che continuassero a non esserci

Ecco questo è stato il grande risultato del mio anno: lasciare che chi non ha voluto mai esserci non ci fosse.
Con tanti cari saluti, almeno finchè chi vuole esserci in realtà, cambierà rotta. Allora, in tal caso, proverò ad esserci anche io.

Scusate. Scusate per il disturbo.

“Scusate. Scusate per il disturbo. Sono in quella fascia di età in cui fanno fatica a stare seduti, fermi, a tavola ma al contempo non riescono ancora ad aggirarsi in modo composto. Alla baby-sitter serale abbiamo preferito portarli in giro con noi , affinchè imparino a prendere le giuste misure con gli spazi e gentii. Quindi, grazie per averli richiamati all’ordine. Grazie per aver interagito con loro. Grazie per aver, in qualche modo, contribuito al loro percorso di crescita”. Queste sono le parole che avrei voluto sentire dai miei vicini di tavolo, con appresso figli non poco irrequieti. Questo è l’incipit di una storia, che avrei voluto raccontarvi. Ahimè, però, le cose sono andate un tantino diversamente.

E’ domenica. Come, ormai, da consuetudine ci fermiamo a cena fuori. Le ultime ore del weekend ci sono propedeutiche a tutta la nuova settimana. Dopocena ci accomodiamo nei tavolini fuori. Chiacchieriamo. Accanto a noi un gruppo di bambini che, senza sosta, saltella sulla pedana di legno posizionata all’entrata.

Disturbano? Si. Possono farsi male? Facile. Ecco almeno due, se non sufficienti quantomeno necessari, motivi per cui chiediamo loro di acquietarsi. Lo facciamo una prima volta, con tutta la comprensione che richiede quell’età, fastidiosa concedetemelo, tra l’infanzia e la prima adolescenza. Ci fissano. Ci sfidano. Rincarano la dose.

Noi, un po’ increduli ma ancora pazienti, facciamo un secondo tentativo. Ancora un terzo. Avremmo tentato, francamente, con la stessa quantità di pazienza- anche il quarto, se non fossimo stati aggrediti più che verbalmente da uno dei padri. Ci si avvicina con fare poco galante, gesticola animatamente e ci intima di non guardare i suoi figli. Ci urla che, in quanto bambini, non bisogna parlare con loro. Tutto possono fare. Tutto devono fare.

Immediatamente mi è chiaro che esattamente come i suoi pargoli pestiferi non sono predisposti all’ascolto, in egual misura e modo, il tizio non è predisposto al dialogo. Provo comunque a spiegargli che ai bambini, invece, bisogna parlare. Ci si può. Ci si deve. Sono molto più recettivi di quanto, a volte, non lo siamo noi adulti, ancorati alle nostre convinzioni. Io parlo e lui, dichiarandosi in totale disaccordo, prova ad accorciare la distanza fisica tra noi. Lo fa davanti ai figli, che inevitabilmente acquistano un’insana sicurezza. Da dentro la campana di vetro in cui i genitori hanno deciso di farli viverli, ci guardano. E’ un’aggressività passiva quella che viene fuori dai loro occhietti. Ancora troppo acerbi. Ma si sa, il frutto non cade mai troppo lontano dall’albero.

Il rapporto genitori-figli è sicuramente il più complesso tra le relazioni che un essere umano possa vivere. Lo scrivo da figlia. Lo dico da amica di mamme. Lo penso da futura, un giorno, mamma.
Non esiste un vademecum. E non lo troverete neppure più avanti. Ci sono però delle regole, che la civiltà ci ha tramandato, che è bene mantenere a mente. Il buonsenso, in primissima battuta, che in questa vicenda, ahimè, è mancato. Proviamo a capire dove, quando e perché.

E’ umanamente indiscutibile difendere chi vogliamo bene, ma è insensato farlo, a spada tratta, quando sbaglia. Minimizzare od addirittura negare lo sbaglio significa, in realtà, negargli una, che poi potrebbe anche essere la, possibilità di crescita. E’ controproducente non utilizzare lo spazio di quell’errore, tanto più se si tratta di un bambino che inevitabilmente necessita di una guida. Una guida e non un paraurti. Indicare la strada, oltre ad esser più agevole, è anche più proficuo che spianarla. Soprattutto nel lungo termine, quando le rocce genitoriali smettono di esser tali, per causa di forze maggiore.

Se la genitorialità è un dovere, la paternità/maternità no. Ed entrambe la scelte vanno rispettate.
E vi è rispetto anche quando non vi è prevaricazione. Invadenza dell’altrui comfort zone.
Ecco perché se l’educazione non viene a noi, noi dobbiamo andare all’educazione.

“Scusate. Scusate se interrompo la vostra cena, gentili clienti, ma i bambini stanno iniziando a disturbare alcuni degli altri commensali presenti”. È cosi che doveva iniziare e finire, questa storia. O quantomeno è questo che ci aspettavamo. Una gestione super partes.

Rossana Campaniolo

Nino, Santo, la storia delle loro due famiglie e della mia

La sirena dei bombardamenti in arrivo era stata archiviata e il suo riecheggiare iniziava a sbiadire tra i ricordi.
La guerra era finita, l’Italia iniziava a pensare alla sua rinascita e questo rendeva speranzosi tutti.
Anche i giovani del quartiere dei Cantieri Navali, accanto al Borgo, finalmente potevano uscire la sera a passeggiare senza il timore di incontrare qualche pericolo.

E così faceva regolarmente anche Nino che aveva il coprifuoco a mezzanotte, ma solo perchè era ancora la calda stagione.
In inverno Don Ciccio gli imponeva di rientrare entro le dieci e mezzo, perchè il freddo rendeva la notte precoce e per questo più insidiosa.
Per quanto fosse maturo, il ragazzo aveva ancora solo quindici anni e le regole andavano date. L’attenzione con i figli non bastava mai.

Comunque sia fra un vai e un vieni, Nino si mise come tutti a fare le vasche nella zona di Via Montalbo con il suo amico di infanzia Michele.
Una sera conobbe Santo, il figlio di un barbiere.
Era un tizio bassino, di uno o due anni più di lui, dal fisico asciutto.
Santo vestiva già secondo la moda estera. Di pantaloni e camicia non ne voleva più sentire parlare.
Con il nuovo corso gli erano arrivati fra le mani i jeans e con i primi freschi tirò fuori dall’armadio anche un giubotto di pelle.

Precorreva, in poche parole, con una decina di anni abbondanti, “Tu vuò fa l’americano” di Carosone e se ne andava in giro gustandosi la libertà giovanile anche se prevedeva di sposarsi perchè a Marineo, dove durante il conflitto era stato sfollato con la famiglia, aveva la zita.

Nino, come sempre faceva con tutto quello che gli capitava, raccontò anche di lui in famiglia. E Don Ciccio non gradì.
Di uno che vestiva con il giubbotto di pelle bisognava diffidare. Che erano ste vergogne moderniste? Si trattava sicuramente di qualche mala compagnia.
Ma, per evitare di mettere sulla difensiva il figlio, non disse nulla.
Semplicemente ogni tanto iniziò a fare un giretto serale in via Montalbo, per vedere che aria tirava, finchè anche lui conobbe Santo.

Don Ciccio, con quei baffi, sembrava severo, ma in realtà era buono come un pezzo di pane.
Con Santo ci fece amicizia pure lui, che il picciotto, se ne rese subito conto, era una bravissima persona.
Tanto che, per l’età che aveva, fu lo stesso ragazzo a proporgli di presentarlo ai suoi di genitori: Totò e Carmelina.

Iniziò così un’amicizia importante e di lunghissima durata, tra Santo e Nino e tra i loro quattro genitori, da cui, nessuno di loro lo avrebbe potuto prevedere, si sarebbe determinato il destino di entrambe le famiglie e, a cascata, del mio.
Fu così che infatti Nino entrò in casa Tranchina e conobbe una delle sorelle di Santo, Graziella, mia madre.
Ma questa è la storia di un altro post, forse.

Iò – EAT&GREET (Trapani)

Io, prima persona singolare. Iò, prima persona singolare. Apparentemente identici, profondamente diversi.
Il primo è un modo di essere. Il secondo è un modo di sentire. Ed in effetti, cambia il suono quando lo si dice, ma soprattutto, cambia l’atteggiamento di chi lo pronuncia.
Se l’io ha mille mila e più sfaccettature; iò si restringe. E nella maggior parte dei casi si alterna tra spavalderia ed assittamento in pizzo. E credo che sia questa la ragione per cui sono stata subito attratta dall’insegna del nuovo locale, inaugurato al centro storico di Trapani. Iò. Trapani –eat&greet. Ed alla prima occasione utile, che poi è sempre quella per far reunion tra amici, ho prenotato un tavolo.

Della serie: Iò e tu. In verità, noi eravamo più di dieci. Stile banchetto per citare il mio Amico P. E, faccio ammenda, nonostante fossimo in vergognoso ritardo siamo stati ugualmente bene accolti. Con un sorriso che sa di valore aggiunto, quindi.

Adesso, immaginate: Iò assittata in pizzo da iò. Che meraviglia! Forse, l’unica reale pecca è quella di esser in vetrina. Mi spiego: Si trova su strada da passeggio, con vetrate e n o r m i. Che se da un lato può incuriosire chi sta fuori, dall’altro imbarazza, in qualche modo, chi sta dentro. Un buon compromesso, potrebbe esser quello di tenere le tende scese, fino a metà. Lasciare gambe e piedi liberi, quindi. Esattamente, come liberi vengono lasciati i clienti di scomporre il proprio piatto.

Io l’ho fatto. Ho scomposto il mio EGG HAMBUGER. [voi non fatelo!] Io sono fatta cosi. Leggo e rileggo il menù. Mi consulto. Penso fino a che una cosa non la distruggo.

Poi, chiaramente tento la ricomposizione. A volte riesce, altre no.

Stavolta è riuscita. Al punto che lo considero il mio preteso per ritornare. Ed abbuffarmi compostamente.

La mia parafrasi in voti è la seguente:
Location 7,50/10
Servizio 9/10
Presentazione piatti 8/1O
Gusto e qualità 7,50/10
Rapporto qualitá e prezzo: 7,50/10

Totale 39.50/50

Rossana Campaniolo

“Abendrot”

Sono stata al teatro. Più precisamente, ad uno spettacolo di danza contemporanea. Ci sono andata da sola. Io. Me. Me stessa. Che già così potrebbe sapere di ‘notizia’ meritevole di scrittura. Ed invece no. Faccio tantissime cose da sola. Dormo da sola. Indi per cui, mi sveglio in quasi solitudine. -Mille mila domande di mamma, a parte, mentre con quasi religioso silenzio attendo il gorgoglio della moka.-

Ciò, quindi, che di interessante e nuovo c’è è che: Lo spettacolo mi è piaciuto tantissimo!
A dire il vero, nonostante la sofferenza che sento per la mancanza, ormai dai tempi della seconda guerra mondiale, di un teatro a Trapani, mi è piaciuta anche la location. Un chiostro, quello di San Domenico, nel cuore del centro storico di Trapani, prestato all’arte soprattutto nella stagione estiva. Domenica e lunedì, 09-10 settembre 2018 ha aperto le porte alla mente-al cuore-ai piedi delle sorelle Lo sciuto. Betty e Patrizia che hanno ideato, coreografato e curato la regia di “Abendrot”.

Due donne leggere nell’ anima, quasi eteree, ma mai banali e superficiali. Questo, per chi non ha mai avuto modo di parlare con loro, guardandole negli occhi, lo si può intuire dalle poche ma puntuali note di regia. Tre parti, anziché il classico dualismo. Come un match. Danzato sul palco, della vita. E questa volta, la vittoria di tutta la compagnia di ballo è stata netta.

Il primo “ Vier Lezt Lieder” di Richard Strauss ha visto protagoniste Delfina Stella, Arabella Scalisi, Silvia Giuffrè, German Marina e la stessa Patrizia. Che alternandosi, puntualmente come le stagioni, perché d’altra parte è cosa ridondante che le mezze stagioni non esistano più, hanno fluito sul e nel tempo musicale e non. Lo hanno fatto con un’energia che teneramente contagia e fa riflettere, e, forse anche, imparare che abbandonarsi alla vita, nel senso di non opporsi, o meglio afFidarsi, è l’unica cosa che davvero ci è concessa.

Senza paura.

Il secondo momento “Rèminiscences d’amour” ha come incipit l’introspezione di una donna. Non saprei dire quanta autobiografia ci sia, ma sicuramente la minore delle sorelle Lo Sciuto s’è messa in discussione, e non in qualità di ballerina, le cui capacità sono pienamente riconosciute ma come essere femminile di questo tempo. Essere sempre più perfettibile, e per questo, forse, irrequieta. Interpretazione intimistica, commuovente. Ho pianto. Per me, per essermi riconosciuta in quell’ incomprensibile modus vivendi del “Io non sono sola. Sto da sola”. Che meriterebbe, concedetemelo, parimenti, lo stesso “Congratulazioni” che i più non mancano di rivolgere agli sposi che hanno deciso di condividersi per un tempo di vita indefinito. Ho pianto. Per tutte le donne, che non si vogliono bene. Che non riescono ad abbracciare se stesse. Che non riescono ad essere Amiche delle donne. Io che di Patrizia, invece, Amica sento di esserlo.

Uno spettacolo a predominanza femminile, sicuramente. Che a conferma dell’anticonformismo che lo contraddistingue sovverte, in modo misurato, un’idea anacronistica, e mette in scena “grandi uomini dietro a grandi donne” Marco Calaciura e German Marina. Ballerini che sanno di principi, quando volteggiano all’ unisono con la partner. E lo sono state, come solo l’Amore può farti essere, felici-emozionate-sognanti-tremanti Giuliana Martinez nell’ interpretare la “lei” del duo, e Giuliana Principato in “The unanswered question”.

Infine, trascorse le due ore di catarsi, se non sufficiente quantomeno necessaria, che è l’effetto di ogni spettacolo a maternità Lo Sciuto, il terzo ed ultimo incontro, tra palco e realtà, è stata una vera e propria festa in cui tutti i danzatori perfettamente allineati nei tempi, nei passi, nelle pause ed anche nei respiri sono esplosi in una fragorosa risata che ha coinvolto la platea tutta. Il cui cuore, sono certa, stesse scoppiando per tutte le emozioni da cui ognuno ha scelto di farsi investire.

Ed io che poco prima dell’inizio mi ero infastidita e per l’assenza di sedute a sufficienza per il pubblico presente, e per la presenza di bambini, forse troppo piccoli ma comunque rumorosi, sono tornata a casa felice di esserci stata. Fiera della mio passato di danzatrice. E malinconica per aver smesso.

NB. Foto di Rino Garziano.

Rossana Campaniolo

Copyright © 2019 "Assittata in pizzo", all rights reserved. Powered by Morici basing on Romangie Theme.