Il mondo dietro una maschera gialla!

Quando siedo in casa Assittata, è difficile trovare qualcosa che mi trattenga dal riflettere a lungo e sfogare i miei pensieri su fogli di pixel bianchi.
Tra queste pareti volano pensieri e accuse, disgusti e complimenti di ogni tipo, consigli e pratiche vanità davanti allo specchio.

Parliamo di noi stessi, degli altri, dei luoghi che abbiamo visto e quelli che non vorremo più vedere, della realtà che ci circonda e di quella che creiamo noi per stare bene.

Oggi farò una cosa che non era successa prima su questi sfondi: vi parlerò di un esperimento sociale che ho avviato tre mesi fa, in silenzio e nascosto agli occhi di tutti, e che ho chiuso non pochi giorni or sono.
Ho usato una “dating app” per la prima volta, e assieme a voi ne analizzerò le varie sfaccettature, che hanno portato una persona tranquilla come me all’esasperazione e al più profondo orrore.

La realtà delle “dating app” esiste e si fa sentire, nonostante la gente tenda a tenerle nascoste e vergognarsene, non parlandone mai con amici o familiari e arrossendo quando se ne menziona anche solo il nome.
Si finge di non conoscerle o non ricordarne il marchio, e quando di fronte ad una determinata persona X viene posta la domanda: “Ma come l’hai conosciut*?” si tende ad inventare una storia del tutto nuova, o dare la colpa al più comune Facebook.
Eppure ho provato per la prima volta Grindr, un’applicazione d’incontri tra omosessuali, e non ne ho provato alcuna vergogna. Sarà perché non ho mai dato un peso concreto ad uno strumento simile, sarà perché son sempre stato schietto e sincero in ogni cosa della mia vita, ma non vedevo il motivo di così tanto imbarazzo.

E così, davanti ai vostri occhi, apro l’applicazione e ve ne descrivo i meccanismi, vissuti giorno dopo giorno per quasi tre mesi interi.
Clicchiamo sull’icona con la maschera gialla, che ormai vedo contro le palpebre ogni volta che chiudo gli occhi inorridito. Sulla home, sentiamo già che qualcosa puzza di marcio: volti, petti scoperti, sederi nascosti sotto ai jeans, profili senza immagine. Sono ovunque e si delineano poco a poco mentre scorriamo la lunga lista di contatti che, per fortuna, si ferma senza dare l’occasione di vedere altro.
Tiriamo un sospiro di sollievo, ma non lasciatevi ingannare, perché nei prossimi punti vi elencherò cosa non va con un’applicazione che ormai è ritenuta qualcosa di fondamentale nella vita di quasi ogni omosessuale, considerata uno strumento necessario per “trovare qualcuno o riconoscere chi è cosa intorno a noi”.

1) HIGH SCHOOL NEVER ENDS
Così cantavano i “Bowling for Soup” e così va, più o meno, il magico mondo su sfondo nero di Grindr. Sembra di essere tornati tra i corridoi di un comune liceo americano, quelli stereotipati che vediamo sugli schermi quando seguiamo una banale serie televisiva o un film comico. L’unica differenza è che Grindr è la realtà, ed è una di quelle realtà fatta di gerarchie e scale sociali.

Abbiamo l’utente più famoso, che è normalmente il più bello e quello con i pettorali sempre in mostra, che ha la chat intasata di messaggi e “tap”, una sorta di adesivo che ci si invia l’un l’altro per dire: “Ehi, sono qua e ti trovo carino/scopabile, calcolami e andiamo!”
Lui comanda tutto e tutti, è conosciuto in lungo e in largo, e quando lo rifiuti o ti metti nei casini con lui sei automaticamente segnato. Puoi contare i tuoi giorni, perché dirà ai suoi amici in palestra o a chiunque sarà la sua prossima vittima che “c’è questa troia pazza che se la tira, ma non vale niente”. Vi stupite di come vadano le cose?

Maddai, è semplice gerarchia, forza!

In netto contrasto con questo tipo di utente, abbiamo gli sfigatelli, che poi sono le persone più comuni e discrete, quelle che preferiscono stare sulla loro e parlare con pochi utenti, fidandosi di ancor meno gente. Ovviamente passano in sordina e non avranno mai un’occasione da parte di nessuno, anzi se possibile saranno le prede più facili da ingannare, quelle a cui dirai qualsiasi cosa pur di aggiungere un’altra tacca alla tua cintura penosa di conquiste.
I poveri sfigatelli, che tanto sfigati poi non sono, sono i tipici utenti che preferiscono entrare su Grindr una volta ogni cento anni, pur di conservare la loro dignità ed evitare l’ennesima presa in giro da chi, su quello sfondo nero, fa da padrone e gioca con le carte più sporche che ci possano essere.

In fondo alla scala sociale abbiamo gli utenti più grandi, quelli che vanno dai quarant’anni a salire. Un po’ come i contadini nel medioevo, questi utenti vengono usati al momento del bisogno, per racimolare un po’ di soldi con del disgustoso sesso a pagamento o quando finiscono le scorte di utenti da manipolare.

In mancanza di carne fresca, va sempre bene tappare qualsiasi buco capiti a tiro, soprattutto nelle ore notturne e nelle fasi più improbabili della giornata, nei luoghi più sudici che sanno di trasgressione.
Siete perplessi? Eppure questo è il meccanismo base. Andiamo avanti.

2) VENDESI AL MIGLIOR OFFERENTE
Questo è un altro dei tasselli fondamentali delle regole non scritte che caratterizzano Grindr. In fondo, non è un caso che chiunque stia su quell’applicazione si lamenti di essere trattato come “carne da macello”, salvo poi comportarsi come se fosse peggio che un prodotto in vendita e pronto per essere concesso a tutti.

Eppure, applicazioni come Grindr non sono altro che una vetrina linda e pinta, in cui gli utenti si mettono in mostra provando a dare il meglio di sé, così da farsi comprare dal miglior acquirente nei dintorni.

Il kit del perfetto maiale al macello include:
– una foto profilo, che l’utente medio preferisce perfetta e impeccabile, possibilmente col fisico in mostra così da poter far capire agli altri che ne varrà la pena;
– una descrizione non troppo dettagliata, ma possibilmente interessante, così da ingannare anche le menti più innocenti e spingerle ad entrare in contatto con l’utente in questione;
– informazioni base come l’altezza e il peso, le preferenze sessuali e la cerchia a cui si appartiene, per delimitare il campo pur restando aperti a chiunque;
– extra come il profilo Instagram o Facebook, giusto per mantenersi social e alzare il numero di seguaci da tutto il mondo.

Con tutto il materiale a disposizione, l’utente medio può entrare senza problemi nel magico mondo di Grindr, e verrà quasi subito attaccato e bombardato di messaggi, finché il suo profilo non “passerà di moda” e sparirà tra il resto dei prodotti.
Curioso, vero? Sembra proprio di stare al supermercato. Eppure, tutto questo è ancora niente.

3) MAMMA, HO PAURA DELL’UOMO VERO
Se i primi due punti ho avuto modo di analizzarli da lontano, quest’ultimo ha purtroppo coinvolto anche me in prima persona, contro la mia volontà. Sembrerebbe un brutto vizio degli utenti di Grindr, ma io ritengo che sia soltanto una più comune paura, quella di trovare dietro la foto profilo una persona vera.

E con “vera” intendo una persona in carne ed ossa, con un cuore ed una mente, con una bocca per parlare, con un paio di occhi più o meno profondi per guardare e analizzare la situazione, con delle mani che possano stare al gioco o rifiutarlo di colpo.

Ma soprattutto, sembrerebbe che gli utenti di Grindr abbiano paura di trovare una persona che sia totalmente Umana, e non soltanto una bambola gonfiabile con cui parlare del nulla finché non si arriva al dunque, solitamente consumato sul letto di una stanza stretta o su una macchina al freddo di un parcheggio qualunque.

C’è qualcosa che gli utenti su Grindr notano in un’altra persona, ad un certo punto, ed è la stessa identica cosa che li spinge a sparire dopo la prima sera. Credo stia tutto negli occhi o nei dialoghi, quando si fanno troppo insistenti o presenti, quando si parla troppo e di troppe cose. È come se, con i dialoghi, si varcasse una soglia che rovina il rapporto sessuale consumatosi successivamente, spingendo uno dei due a tagliare i ponti sparendo nel nulla.
Da qui nasce il più comune “incontro-da-una-botta-e-via”, quello più semplice in cui non ci si conosce e non si parla più di tanto, se non limitandosi alle domande più educate tra “come va” e “che hai fatto oggi”. Niente che possa effettivamente cogliere l’interesse dell’altra persona.

C’è tanta paura tra gli utenti di Grindr, che può andare dalla paura di accettare il fatto di aver conosciuto un altro essere umano, alla paura di aver conosciuto effettivamente un uomo. Quest’ultima è una cosa che molti, anche su Grindr stesso, faticano ad accettare ritenendola inconsciamente contro natura e rifiutando qualsiasi tipo di legame affettivo con una creatura dello stesso sesso.
È triste, e penso che a questo punto vogliate fermare quest’analisi, troppo sconvolti da come funziona questo mondo nascosto nelle tasche dei jeans di milioni di persone al mondo.
Potrebbe mai essere peggio di così? Risposta ormai ovvia: sì.

4) IL PESO DI UN LEGAME
Confesso: questo è il punto che mi urta di più, ossia la costante paura che gli utenti di Grindr hanno di legarsi ad un’altra persona, nel modo più dolce e tenero possibile. Frequentando un’applicazione del genere, vi rendereste
conto che c’è una sorta di odio profondo, quasi malato, anche solo al sentir nominare la parola “relazione”.
E quando arriverete ai famosissimi “profili di coppia”, vi accorgerete che è lì che sta il problema di fondo: nessun utente di Grindr sarà mai disposto a rinunciare alla propria libertà sessuale, in cambio di qualcosa di stabile che potrebbe sfociare nella monotonia. È molto più facile trovare la novità in un corpo nuovo, e per questo nessuno vorrà mai legarsi troppo ad una persona.

La stessa cosa accade nella più comune frequentazione: due persone escono assieme per una settimana o due, magari arrivano anche ad uscire assieme per un mese, ma uno dei due manterrà sempre i contatti con chiunque gli capiti a tiro.
Questo è il perfetto esempio del fenomeno più tristemente diffuso su Grindr: la mancanza di rispetto e di sincerità, gli uni con gli altri, ma soprattutto verso sé stessi.
Non so quanto di tutto questo sia più o meno grave, ma purtroppo è un problema presente e credo che sia stato questo a spingermi a concludere in fretta il mio esperimento, per non andare ad incappare in qualcosa di ancor più grande e triste.

Sembra quasi che il mondo umano, a livello interiore, stia andando a rotoli e nessuno potrà mai farci niente. Le “dating app” sono una realtà insistente e, di questo passo, non tramonteranno mai.
Neanche in un futuro in cui si potrà stare tranquilli già solo essendo sé stessi in totale libertà.

Di Paolo Costa

L’annus orribilis per l’amicizia. O forse no.

Siamo alla seconda settimana di Gennaio e non riesco a non pensare ad un fatto che è accaduto ripetutamente nel corso dell’anno che si è appena concluso: ho tagliato ponti. Alcuni significativi, almeno per me, duraturi e apparentemente impossibili da mettere in discussione nel ruolo di collegamento affettivo con il mondo.

Che le modalità siano state rumorose,  che si sia trattato, figurativamente parlando, di un colpo di pistola secco  attraverso un cuscino immaginario, che la stanchezza abbia portato la dolce morte dell’ipocrisia, in nessun caso è mancata una buona dose di sofferenza. Ne è variata solo l’intensità e la durata.

Sono arrivata a pensare che il 2017 sia stato un annus orribilis per la quantità di delusioni che ho inanellato. Amicizie, buone conoscenze, collaborazioni negli ultimi dodici mesi mi hanno riservato sfiducia, menefreghismo, stupidità che nemmeno la più funesta delle relazioni sentimentali era riuscita mai a collezionare.

Eppure, ad oggi, lo rifarei. Intendo di interrompere le trasmissioni.

Perchè non è possibile rimanere accanto a chi non è se stesso e si presenta dietro mentite spoglie rischiando di rimandarti un’immagine condizionata, spesso tossica e peggiorata di te. Come se quella sbagliata fossi tu.

Ogni tanto bisogna anche riconoscere che può essere che il nostro problema siano semplicemente gli altri.
E andare avanti.

 

Che il Natale sia con noi

Il 9 Dicembre mi sono svegliata storta: è Natale.
Da giorni, in alcuni casi anche più di dieci, il mondo intorno a me si è ricoperto di lucine, bastoncini di zucchero e festoni. Che palle!

Da quando sono adulta detesto l’albero e ciò che rappresenta e mi sono sempre sentita un po’ costretta ad allestirlo.
Amo le decorazioni per mero vezzo estetico: al netto delle kistch, alcune sono gradevoli.

Quindi per questa volta mi sono limitata ad abbellire casa, senza azzizzare il mio Spelacchio portando alle estreme conseguenze il fatto che l’anno passato ne avevo impostato uno piccolo, chiudendolo in un sacco, già bello e pronto, da tirare fuori e accendere per questo Dicembre: sforzo minimo con risultato massimo.

Invece no. Non ho avuto motivazione nemmeno nel fare questo: d’altronde è solo un oggetto di plastica, scimmiotta una pianta vera, è falsa, come i buonismi del periodo che poi si sciolgono nel nulla della quotidianità, goccia in un bicchiere.

Stamattina è arrivato puntuale il pentimento.

Su Facebook un mio contatto ha fatto presente a tutti i nemici della contentezza del periodo delle feste che sono così insofferenti probabilmente perchè hanno a portata di mano quello che in realtà sta intorno all’Albero e lo danno per scontato: la famiglia, gli affetti, le amicizie, il tempo e lo spazio da condividere con loro.

E’ tutto profondamente vero.
E mi sono sentita una stronza.

Quindi, a questo punto, non mi resta che alzare le terga dalla sedia da cui vi sto scrivendo ed andare ad incartare i regali che, comunque, ho già acquistato, ma devo ammetterlo soprattutto pensato in alcuni casi, per la mia famiglia, allegando cotanto di grazioso biglietto di accompagnamento.

Auguri (colpevoli) a tutte e tutti voi.

 

 

Ho imparato che

Ho imparato a riconoscere i miei errori. Per la maggiore di valutazione. Ho acquisito la capacità di riconoscere quando arriva il mio momento di chiedere scusa. Ma non so ancora come si faccia -concretamente- tutto ciò. Ed allora scrivo. Ho scritto quando ero dispiaciuta per aver alzato la voce contro la persona sbagliata. Ho usato la penna quando, magari, avrei dovuto abbracciare. Magari!

Ho sempre usato le parole, insomma. Perchè credo che -se le usi con onestà- corrispondano meglio a ciò che dicono. Non mi nascondo dietro alle parole, anzi, tutt’altro. Emergo. Con le parole, ancora prima di esprimere un pensiero, affermo me stessa. Che è quanto di più coraggioso riesca a fare. Adesso, perlomeno.

È mercoledi, fine pomeriggio. Ho viaggiato in pullman, che in Sicilia non è esattamente sinonimo di comodità. Mi sono ingozzata di sushi. Mi sono persa dentro zara e ritrovata davanti ad uno spritz. Tutto molto bello, davvero. Tutto emotivamente sensibile, però!

Ero stanca ma felice. E toh, poco dopo sono stata superficiale (ma questo l’ho capito qualche giorno più tardi!).
Al centro di piazza Castelnuovo, diffusamente conosciuta come piazza Politeama, c’è un albero di Natale. Alto e pieno di roba. Troppa! -Ho esclamato.
Ho storto il naso, e sono passata oltre.

Sono tornata a casa.

È qualche giorno dopo, invece, di sabato, quando il karma -perchè esiste e con il passare del tempo me ne convinco sempre più- mi mette a tu per tu con un articolo di Marcello Mussolin. Èd è esattamente in quel momento che mi sento stupida. Anche Marcello è andato al politema. Ed al contrario di me, si è soffermato. Ha iniziato a fotografare l’abete e scatto dopo scatto ha letto dei nomi. Aurora, Dimitri, Melissa…Tutti bambini che su quei rami, forse non perfettamente belli ed armoniosi, hanno appeso la loro speranza. Di guarire dal cancro.

Ebbene si. Non è un addobbo comunale. È qualcosa di più. Di diverso. È l’abero della vita -di questi piccoli pazienti del civico di Palermo- che sta attraversando una bufera fortissima di vento. Ed io, come nessun altro passante distratto – tanto quanto me- abbiamo il diritto di schernire.

Mi sono sentita tremendamente in colpa per non aver dedicato la giusta attenzione, ed è per questo che ho promesso di tornare a Palermo e lasciare un biglietto ad Aurora, Dimitri, Melissa, Rinaldo..È il mio modo di chiedere scusa. Ad ognuno di loro. Ma è anche il mio modo per ringraziarli. Perchè il loro coraggio di non arrendersi è per me una lezione. Di vita. E buongusto!

Di Rossana Campaniolo

Orange is the new black

E inevitabilmente anche io, alla fine, ho attivato l’abbonamento a Netflix. Ero curiosa di vedere come funzionava e di guardare la famigerata “Orange is the new black”.
Diversi amici me l’hanno indicata già un anno fa ma io avevo deciso di resistere, almeno un po’.

Comunque sia ho bevuto tutte le serie disponibili. Già. Tutte e cinque.

La storia è intanto quello che deve essere: divertente. Questo porta lo spettatore da un episodio ad un altro senza che se ne accorga.

I primi possono sembrare foschi ed angoscianti, ma poi, soprattutto dalla terza serie, iniziano ad emergere alcuni paradossi, tra cinismo e comicità plateale, che conducono dritto dritto verso l’ultima batteria di puntate, quelle della rivolta, al momento lasciate in sospeso in attesa del sesto blocco.

Mentre lo guardavo diverse volte ho pensato che fosse inverosimile.
Solo cercando qua e là ho scoperto che invece si tratta di una storia che prende il via da una evenienza capitata davvero ad una tale “Piper”.
Ecco, la questione è che proprio l’unico personaggio inutile è questo: quello più vero.

Per il resto la caratterizzazione di tutte le protagoniste, i flashback continui, la coralità di certe scene e direi anche la fotografia, bella e a tratti eccelsa se pensiamo che ritrae un luogo per definizione “brutto”, rendono il programma proprio interessante.

Non vedo l’ora che sgancino la prossima sequenza.

 

L’amore è fatto di letto e bollette

“Ed è per questo che ti amo”.
Butti la frase lì, quasi per caso, in piena notte, nel bel mezzo di una conversazione che racconta d’altro.
Come un’affermazione di nessuna importanza.
Io, forse contrariandoti ma pazienza, decido di attendere senza manifestare alcuna reazione.
Aspetto di vedere se ci sarà un seguito che, in cuor mio, so già che non arriverà.

Quale effetto pensi di provocare in me?
Si tratta solo di parole.

L’amore, quello reale, è fatto di un singolare ed equilibrato miscuglio tra camera da letto e bollette da pagare.
E’ da lì che viene il collante: dall’intimità e dalla complicità nella quotidianità più noiosa della vita.
Lo so perchè lo vedo in quelli che funzionano.

E allora quella frase, in me, se non è seguita da fatti, ha la stessa valenza di una battuta in un film di Nanni Moretti: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”

Se vuoi un minimo di credibilità dovresti semplicemente avere un po’ di pragmatismo.
Non parlare. Se vuoi, fai.
Se non vuoi, non fare. Non è obbligatorio.
Ma non dare fiato alla bocca senza un reale motivo.

LIBERO: Rispettare con Cura!

Guardo il mio riflesso allo specchio, ormai mio amico dopo anni di incomprensioni e rivalità, dopo aver postato una foto del mio addome scoperto su uno dei classici social ormai in voga negli ultimi anni.
L’immagine impressa sul vetro mi comunica che qualcosa non va: ho l’espressione corrucciata, anche se è passata soltanto un’ora dalla pubblicazione.
Sono preoccupato, a tratti agitato, ma il motivo di fondo è presente e si fa sentire.
Sono consapevole di cosa mi aspetta, so con certezza quale uragano sta arrivando, quale piaga umana si abbatterà su di me questa volta: l’etichetta, tanto semplice quanto disumana, tipica malattia della società.

Uomo, donna, grassa, magro, troppo alto, troppo basso, brutto, vecchio, troppo piccolo, troppo grande, etero, frocio, battona, maschiaccio, effeminato, secchione, sfaticato, santarellina, figlio di papà.

Nessuno è mai una Persona, nessuno è mai Umano.
Eppure siamo un sacco di cose messe assieme e non lo sappiamo neanche con certezza, dal momento che chiunque ci incontri per strada affida a noi un’etichetta nuova di zecca senza il nostro consenso. E poi in un giorno qualunque basta una semplice foto come quella di oggi per esporre gli altarini, da sempre coperti miseramente da belle facce e grandi sorrisi.

“Eppure il corpo ce l’hai”, “hai la faccia per certe cose”, “chissà quanti ne tieni sotto al letto”, “che cattivo ragazzo che sei”.

Educatamente ringrazio, perché apprezzo la fiducia che ripone certa gente in me, pensando che io abbia successo con gli uomini tanto quanto io ne abbia nella letteratura e nella traduzione. La fiducia, seppur sbagliata o in piccole dosi, è sempre da apprezzare di questi tempi, per cui chino la testa e sorrido. “Che ingenui”, penso tra me e me allontanandomi.

Quanto può essere facile considerare una persona promiscua, quando questa ha la semplice sicurezza in sé che gli permette di poter sfoggiare una parte del proprio corpo, senza scadere nel volgare o nel provocante?
Quanto può dar fastidio, agli occhi degli insicuri, vedere un uomo o una donna vivere liberamente la propria sessualità, con il giusto rispetto verso il proprio corpo e con la giusta attenzione, data anche dal potere di scegliere con chi andare e chi evitare? Quanto bisogna tirare la questione per le lunghe, prima di capire che ci sono etichette che pesano e marchiano la pelle delle persone, quasi come fossero lebbrosi?

Basta una parola sbagliata alla persona giusta, o la parola giusta alla persona sbagliata, e ci si vede privati della libertà di girare in città senza sentirsi additati e percepire i bisbigli della popolazione pseudo-pudica, che si lascia cadere dalle labbra sporcaccione commenti indecenti come: “che troia, un ragazzo del genere sarà un maniaco, un maiale”.

Eppure le etichette sono come le scarpe: tutti ne abbiamo un paio e spesso sono scomode, si rovinano o soffocano il piede. Cosa serve a capire che non bisogna mai scambiare la libertà di vivere con qualcosa di inutile come un’etichetta? Perché porre dei limiti alla società? Perché si sente il bisogno di raggruppare chiunque sotto una determinata categoria, che pesa tanto quanto il far girare una voce sbagliata o un commento di troppo, che spesso viene frainteso?

Io non me lo spiego e intanto medito, nella speranza che un giorno la gente possa capire quanto sia sbagliato il diffondersi di questa vera e propria peste dell’anima e della mente.
Controllo il mio telefono un’ultima volta e ignoro i messaggi sporcaccioni di chi sente il dovere di prendersi la libertà di avanzare certe proposte, come se fossi disposto ad andare con chiunque solo perché “troppo espansivo” ai loro occhi maliziosi.

Il mio riflesso mi sorride adesso ed io gli parlo. Confesso, è vero che ho tante etichette addosso, ma forse l’unica che affiderei a me stesso è quella con su scritto a caratteri cubitali: “LIBERO”.
Così come sono libero di scegliere chi rifiutare e chi frequentare, perché amo me stesso e ho un rispetto enorme per la persona che sono.

Ed io mi amo così tanto da permettermi di mostrare il mio addome e andarne fiero senza rimpianti.

Diario di una settimana senza glutine

Alimentazione gluten free, giorno 1.

Responso: mi veni ‘i chianciri! (=mi viene da piangere)

Alimentazione gluten free, giorno 2.

Appena recatami in casa Martino, Martina mi lancia una brioscina con le gocce di cioccolato.
La afferro e con sguardo malinconico le ricordo che non posso mangiarla.
Le di lei lacrime sono state l’immediata conseguenza.

Responso: veni ‘i chianciri puru a idda! (=viene da piangere pure a lei)

Alimentazione gluten free, giorno 3.

Questo regime alimentare mi rende piena di forze.
Sono passata dalla perpetua narcolessia all’isteria compulsiva.

Responso: si stava meglio quando si stava peggio!

Alimentazione gluten free, giorno 4.

In pizzeria con papà, ordino una pizza con impasto senza glutine. A metà del pasto il proprietario si avvicina per chiedere come stesse procedendo e senza neanche darmi il tempo di rispondere afferma:” Eeeh, la pizza senza glutine… Ti fa rimpiangere il passato ma almeno è meglio di niente”

Responso: la gente comincia a provare compassione.

Alimentazione gluten free, giorno 5.

Stasera a cena stavo per morire soffocata da un pezzo di pane senza glutine.

Responso: l’odio a quanto pare è reciproco.

Alimentazione gluten free, giorno 6.

Per la cena mia madre ha preparato uno sformato di broccoli senza glutine e delle polpette di sarde senza glutine. Il tutto accompagnato con del pane senza glutine e un’insalata, ovviamente, senza glutine.
Per chiudere, frutta senza glutine.
L’acqua era senza glutine, i piatti senza glutine, il bicchiere senza glutine, la sedia su cui ero seduta era senza glutine e pure i croccanti del cane erano senza glutine.
Porta all’improvviso un vassoio con degli invitantissimi biscotti, mi allungo per afferrarne uno, la mamma lancia un acutissimo urlo ed esclama: “Eh no, questi non sono gluten free!”

Responso: sono diventata orfana.

P.s.: ragazzi sto scherzando, la mamma per questa sera si accomoda sotto i portici di Via Ruggero Settimo.
Ci ritroviamo domani per l’ultimo appuntamento della mia appassionante rubrica. Tanto love per i miei fans.

Alimentazione gluten free, settimo e (si spera) ultimo giorno.

Oggi mia madre osservava con stupore la mia pancia particolarmente sgonfia grazie al nuovissimo regime alimentare.
Esclama euforica:” Sai, anche io da giovane avevo la pancia così piatta!”
Un attimo di silenzio, uno sguardo malinconico e all’improvviso con un diabolico luccichio negli occhi aggiunge:” Certo, io però le tette le avevo!”

Responso finale: non importa che tu ti senta perfetta e in pace con te stessa, ci sarà sempre la mamma a riportarti coi piedi per terra ricordandoti che in realtà sei un cesso ambulante 

Vorrei ringraziare tutti i miei contatti per essermi stati vicini in questa settimana intensa e dolorosa.
Quello che non ti uccide ti fortifica, ma non potrà mai farti crescere le tette!

Di Adriana Bruno

La Trapani di Giada la scalmanata

Lungo tutta la mia permanenza in Casa Assittata ho taciuto su molti aspetti della mia vita, lasciando sottili spiragli insignificanti che hanno permesso a poche informazioni di trapelare, quasi invisibili, tra una riflessione e l’altra.

Non ho parlato delle mie amicizie, quelle poche ma essenziali che si contano sulle dita di una mano o due, ed ho nascosto la parte migliore della mia splendida famiglia. Una delle tre, perché di famiglie ho avuto la fortuna di averne tre, tutte assolutamente valide e sullo stesso piano. Ho avuto una fortuna infinita, da questo punto di vista, ed ogni volta che mi trovo a rifletterci sopra mi si scalda il cuore, ma decido di tacere e tenermi quel calore tutto per me.
Spesso sono egoista anche in questo, ma lo dico con un sorriso.

Soltanto oggi colgo l’occasione di aprirvi una piccola porticina nella mia vita, quella che mi circonda, che sta alle spalle del lupo solitario e dell’anima pensierosa che avete visto fino ad ora. L’amica e collega Rossana, che è “assittata” accanto a me da prima che io arrivassi in casa e che mi ha aperto le porte accogliendomi, ha buttato giù un pensiero sulla nostra città: Trapani, l’estrema punta della Sicilia occidentale.

Ho vissuto anch’io a Trapani, per diciotto anni, mentre al mio diciannovesimo anno decisi di lasciarla per qualcosa di più grande e mi trasferii a Palermo. Non bastò affatto. Al mio ventesimo anno già compiuto, scappai da Palermo e dalla Sicilia, andando verso una nuova terra per ricostruirmi e ricominciare.
Ma io, la mia Trapani, l’ho vissuta a tutto tondo e l’ho anche odiata, tra i fine settimana e le estati di puro divertimento e follia. Credo sia il rapporto più sano che possa esistere con la propria città: amarla al punto giusto da curarsene, da godersela, e poi odiarla a tal punto da partire per riscoprire sé stessi e quella nostalgia un po’ canaglia della terra che abbiamo alle spalle.

Qualcuno che la ama ciecamente, che la cura pienamente, che ne percorre ogni singola strada di giorno e di notte, c’è. La mia carissima amica Giada, che dall’azzurro dei suoi occhi e dall’alto del suo Belvedere scruta attentamente ogni palazzo e respira a fondo l’aria salmastra della città, del lungomare, delle sue onde che si agitano al vento d’inverno. La mia Giada è così, non smetterà mai di amare la sua città, perché ne ha corso ogni centimetro a bordo del suo skateboard. Ci ha lasciato le ginocchia cadendo, ma ha lasciato anche le sue migliori risate al vento, perché d’altronde ricorda sempre a chiunque che la sua Trapani è la città del sale e della vela, dell’accoglienza, perché anche Giada è accogliente e permette a chiunque di vivere Trapani a trecentosessanta gradi.

Fare un giro in città con questa spericolata è semplicemente fantastico. Senti già l’emozione, l’adrenalina, la gioia nel momento stesso in cui mettete il sedere sullo scooter e partire.

Trapani, ai miei occhi, ha sempre offerto poco ai ragazzi. Eppure, dal canto suo, Giada mi ripete sempre che ogni fine settimana non vede l’ora di tornare a casa, e che comincia il suo venerdì mattina con la valigia tra le mani e il conto alla rovescia attivo per il primo pullman per la città. Io non la capisco, ma la guardo e la ammiro. È così felice, ed ogni giorno scopre cose nuove, godendosi anche quelle vecchie. Mi porta a mangiare le arancine dove solo-lei-sa, poi al pastificio per mangiare le genovesi ericine, e Dio ne scansi se non dovessero averle come dice lei. Alla fine, siamo in un bar qualsiasi per chiacchierare da bravi siciliani, per stuzzicarci con i modi di dire classici della nostra terra e con gli eventi che più l’hanno contraddistinta.

Ed ora che sono lontano dalla mia casa, quella calorosa e accogliente del sud, penso a Trapani e mi viene in mente lei, la scalmanata, la mia Giada. Capelli biondi al vento, zainetto rosso in spalla, magliettina bianca e pronta chissà per quale avventura. Un giorno sarà al mare, il giorno dopo tra i boschi di Erice, poi tra gli scogli della riserva dello Zingaro, e poi chissà. La vedi e non la vedi più, perché corre ridendo per tutta la città, e quando sono con lei riesco a godere tutto quanto.


Perché Trapani, in fondo, la amo anche senza dirlo. Lei, invece, me lo fa urlare da ogni poro con una fragorosa risata di gioia.
Adesso siamo un po’ preoccupati per quello che accadrà alla nostra terra, e sento che anche Giada è un po’ angosciata al riguardo, ma lei decide sempre di fare la cosa giusta: si alza in piedi, esce di casa anche da sola, e gira per la città. Va alla ricerca dei suoi amici, va a godersi i frutti della nostra terra, va a prendere l’autobus e va al mare per studiare e concentrarsi.

Dovremmo farlo un po’ tutti, in fondo. Alzare la testa per cinque minuti mentre camminiamo e scoprire cose nuove, cose mai viste, dettagli che ci erano sfuggiti per tutti questi anni. Io lo farò, perché non voglio lasciare che il destino della mia città sia incerto.
E soprattutto, lo farò perché questa è la mia casa, ed è il bene più prezioso che potremmo mai avere. E poi, comunque, Giada mi ucciderebbe se lasciassi la mia terra alla distruzione; ed io so che, un po’, ne sarebbe distrutta anche lei.

Nata e cresciuta a Trapani. Con Trapani.

Sono nata e cresciuta a Trapani. Ed una volta raggiunta la maggior età ho scelto di restare. Quindi, mi sono iscritta alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo e ho frequentato a Trapani, polo distaccato. Questo mi ha dato l’opportunità di vivere la cittá quotidianamente, a tutto tondo. E cosi, ho avuto modo di constatarne la sua evoluzione.

Ho ricordi, risalenti a più di un decennio fa, di un centro storico cittadino assopito. Più precisamente, abbandonato. Saracinesche di negozi abbasate per sempre. E strade ricche di arte e cultura desolate.
Oggi, invece, è proprio un piccolo fiore all’occhiello. Almeno per me. E non solo, lo so. Poi io mi ci perdo, alla ricerca della mia casa ideale, dalla quale studiare e conoscere la storia che si racchiude nella parte più antica della città.

Le luci dei negozi restano accese fino a tarda sera, e la gentii pullula. In estate, poi i turisti raddoppiano le presenze. Questo è quello, almeno, che è accaduto fino a qualche mese fa.

Da domani, invece? Che ne sará di Trapani? Il rischio è, già temuto mesi fa a causa di un ballottaggio elettorale inusuale con un solo candidato conclusosi con il commissariamento del comune, quello di una regressione del territorio. Sotto ogni profilo. Infatti, è notizia dell’ultime ore la scelta amministrativa, del commissario in carica, di non aderire all’accordo co-marketing. Dal quale deriverà un danno incommensurabile per il turismo, attività principe del territorio. È sicuramente indiscusso l’indotto economico apportato dal vettore Raynair in città e provincia. Ma tale scelta, danneggia anche un apporto di tipo lavorativo a 360 gradi. La campagnia area, oggi esclusa, ha condotto luminari della medicina – emeriti relatori specializzati sulle più disparate tematiche. Insomma, è un bagaglio cosi enorme che la Città, noi cittadini non possiamo permetterci di perdere.

Lamentarsi sono certa non serva, ma alzarsi quantomeno dal divano ed iniziare a far ascoltar le proprie ragioni, se non sufficienti quanto meno necessarie, ritengo possa esser un punto di partenza. O ri-partenza.

Di Rossana Campaniolo

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