Enrichetta d’Inghilterra. Assittata nel Seicento

Sono nata nel 1974, quindi ho una dipendenza da Lady Oscar.
Un legame così forte da farmi appassionare alla storia europea anche dei secoli prima: da sempre sono curiosa soprattutto delle vicende delle grandi dinastie.

Temo sia questa la ragione per cui sto vendendo “Versailles” su Netflix.

Badate, nulla di differente rispetto a quanto non siano le fiction sui Borgia, piuttosto che sui Tudor.
Il re, maschio alfa, è sempre una specie di rockstar senza cuore che, a dispetto dell’avvenenza e dell’intelligenza, scarsine, si realizza secondo due direttrici: comandare e fottere. Così è Luigi XIV, un megalomane dal letto affollato.
Ovviamente non si tratta di una valutazione storica, ma relativa alla sua rappresentazione nella serie.

Tuttavia questa ennesima immagine della corte del Re Sole mi ha fatto scoprire una figura mai notata in ben 38 anni di esperienza: Enrichetta di Inghilterra.

by Sir Peter Lely, oil on canvas, feigned oval, circa 1662

Principessa sfigatissima, a cui fu decapitato il padre e che fu ospite con la madre presso i Francesi, fin quando il fratello Stewart non riprese il potere. Fu  allora che venne data in sposa a Filippo d’Orleans, che era smaccatamente, apertamente, notoriamente gay. Talmente omosessuale che anche in famiglia sin da piccolo lo appellavano con il soprannome “la nostra bambina”. Talmente omosessuale che andava in giro per i saloni di corte vestito in abiti femminili.
Oltre al danno, la beffa.

E lei? Si assittò in pizzo o almeno ci provò.

Intanto fece due figli, sì con il marito gay. Poi si fece Luigi XIV, alla faccia del marito gay. Certo commise un errore di valutazione, infilando nel letto del re una domestica che poi divenne l’amante successiva del sovrano, ma allora erano rischi che si correvano.

Fu talmente civetta che ingelosì il marito e fu richiamata ufficialmente dalla regina madre di Francia affinchè mantenesse costumi più morigerati.

In pratica si tolse il testale: visto che non poteva avere quello che voleva, si prendeva quello che desiderava.
Lo fece talmente tanto che morì probabilmente avvelenata, forse dall’amante del marito, Filippo di Lorena, lo Chevalier.

Qui e qui potete appurare le prodezze di questa giovane, che visse alla grande fino a 26 anni e che ha tutta la mia stima storica.

 

Ponte Morandi. Perfetto specchio d’Italia.

Tra il 2005 e il 2006 ho percorso il Ponte Morandi una dozzina di volte, perchè la vita mi ha riservato il privilegio immenso di conoscere un po’ Genova, quel tanto che basta per farla rimanere sempre nel cuore.

Ricordo bene il senso di aria e di vertigine che si prova a sfrecciare su quel tracciato sospeso sulla città, veloce e vitale. E’ un’impronta di libertà che ti segna l’anima. Tutto si pensa tranne che lì si possa morire.

Dopo ieri restare increduli è il minimo, provare rabbia è normale, eppure una riflessione intellettualmente onesta è necessario farla.

Il progetto era stato avveniristico, di grande clamore, un marchio dell’Italia degli anni Sessanta che esportava se stessa in tutto il mondo in fasi che sembravano ruggenti e che dovevano mostrare il nostro paese come vincente ad ogni costo. Era stato realizzato con tecnica e materiali che si sono rivelati tuttavia obsoleti nel breve giro di pochi anni, visto che già nei Novanta sono iniziate le opere di manutenzione. L’anacronismo della progettazione si è rivelata tragica in generale e in particolare nella mancata lettura dello sviluppo sociale e commerciale dei successivi decenni: la via era nata per fare transitare una serie di seicento e di camioncini, non certo i tir di oggi.
In più i piloni furono posizionati in una modalità di perfetta integrazione (è ironico!) con il tessuto urbano, tanto che gli stabili dove abitano i ferrovieri vi sono tuttora addossati, in una logica di reciproca invasione degli spazi impressionante e in totale spregio della sicurezza che davvero lascia affranti.
Della serie: questo ponte si doveva fare.

Ma, vogliamo essere sinceri, cosa c’è di differente rispetto a tutto quello che è stato realizzato in Italia?

Se proviamo ad allargare lo sguardo, i ponti nel paese in queste condizioni sono tanti.
E se proviamo a generalizzare un po’ di più sono le costruzioni ad essere spesso fatiscenti o non adeguatamente ristrutturate mano a mano che ne è emersa la necessità.
Basta una breve carrellata storica sulle scuole inagibili o sui danni dei terremoti o, più banalmente, leggere qualche saggio relativo alla rete idrica nazionale, un colabrodo da sempre, per rendersene conto.

E allora il punto non è  quello di dar colpe a chi non è intervenuto “solo” negli ultimi 5 anni, oppure a chi, di converso, ha combattuto contro alternative affermando, miope, che il Viadotto Morandi fosse solido.
Ed è ridicolo dare credito a chi qua e là rileva con sarcasmo che l’acquedotto romano – su cui poi non hanno mai viaggiato i tir – sia ancora in piedi. Questo poi!

Il punto è che l’Italia  cade in pezzi perchè da quando è stata unificata, a dispetto del fatto che non siamo più sotto un dominatore, almeno non militarmente parlando, nessuno di noi a partire dai nostri bisnonni, si è preso mai la briga di far le cose per bene, con capacità di pianificazione e visione per il futuro, ed in un’ottica complessiva di rispetto per il sistema “Paese” quale tesoro naturale, monumentale e di risorse.

Questa è una responsabilità collettiva, non possiamo cercare con il lanternino “IL” o “UN” colpevole per assicurarlo alla Giustizia. Ci siamo dentro tutti.

L’unica cosa che potremo fare, dunque sarà studiare, sbracciarci, e fare le persone serie per una volta.
E sistemare questa immensa rete di disastri che ci sta trascinando a fondo da tutti i punti di vista.
Perchè il Viadotto Morandi e le sue vicende non sono altro che il perfetto specchio d’Italia, dal 1861.

 

210 Grammi (di Felicità) – Ristorante Trapani

Un uomo che ti porta a cena sa di felicità. Se poi è tuo fratello, quella felicità pesa esattamente 210 grammi (e mille mila). Che è anche il nome del posto che ha scelto, non a caso, ne sono certa, per festeggiare il mio compleanno. (Con un modestissimo ritardo di 45 giorni!).
Ma quando si vive lontani, le Reunion diventano fondamentali in qualsiasi momento (utile). E la costante è che quelle coccole abbiano effetto durevole fino alla prossima (di Reunion)!
Siamo a Trapani, in vacanza, e nel marasma di tanti turisti che riempiono la città, ci hanno accolto, con gentilezza e disponibilità, nonostante la nostra negligenza di prenotare.
Abbiamo con-diviso, perché con-dividere è cosa necessaria per menti e cuori allineati, un tagliere nazionale. Che ci ha emozionato -esattamente- come la nazionale del 2006 (semiCit.). Arrivatoci ai rigori, in qualche modo, visto la luuuunga attesa (prima pecca!).
Medio tempore ci siamo rallegrati sorseggiando del buon Taif, cantina Fina.
In un secondo momento, dalla terra ci siamo tuffati in mare. Più precisamente, spiaggiati su un letto di burrata con battuto di gambero rosso e perlage di acciughe. Con uova di salmone. Che è stato protagonista anche del secondo piatto di crudità, poggiato su dell’avocado.


Soddisfatti, ma con ancora un certo languorino abbiamo deciso di rispettare la tradizione della ‘torta di compleanno’ è così abbiamo ordinato una cheescake ai frutti di bosco, che il cameriere ha successivamente appellato con ‘FDB’, (seconda ed ultima pecca!!).
Qualche perplessità, seppur minima, ce l’abbiamo avuta, e per onestà intellettuale di chi scrive non poteva non esser raccontata. Ma è con la stessa onestà che vi suggerisco: e di porre l’attenzione su tutte le cose belle e buone di cui ho tenuto a rendervi partecipi e, soprattutto, di andare a provarle. Per credermi.

Ps. Se avete un fratello o sorella portateceli. E siate felici.

La mia parafrasi in voti è la seguente:
Location 9,50/10
Servizio 9/10
Presentazione piatti 8.5/10
Gusto e qualità 9/10
Rapporto qualitá e prezzo :8/10

Totale 44/50

Di Rossana Campaniolo

Io odio i matrimoni

Io odio i matrimoni. Mi fanno assittare in pizzo assai.
Non parlo dell’istituzione. Quella mi sembra più che legittima se non altro dal punto di vista legale e sociale.
Parlo delle cerimonie. E per diverse ragioni.

La prima: poi tanto si separano.
Orbene ammettetelo, quante volte siete andati ad una cerimonia letteralmente bardate come i cavalli per una parata convinte, anzi direi convintissime, che il legame sarebbe durato da Natale a Santo Stefano? A prescindere poi sappiamo che la fatica organizzativa sarà vanificata nella metà dei casi, secondo statistica.

La seconda. Il regalo.
Ma che cazzo. Voi vi sposate. Voi sarete felici. Voi vorrete festeggiare. E devo pure pagare?

La terza: il vestito
E’ un problema. Sempre. Il costo, lo stile, in dipendenza dai posti in cui si andrà e dal trend degli altri invitati e, naturalmente, dal fatto che nessuna donna vorrebbe riciclare l’abito elegante. Quindi è sempre un danno che si aggiunge alla beffa (del regalo ovviamente)

La quarta: i tacchi.
No, no e poi no! I tacchi non li porto e non voglio portarli. Tranne ai matrimoni. Lì mi sento costretta da obblighi morali, quasi dalla pubblica decenza. E vi odio per questo. A sera – perchè più le scarpe sono alte maggiore è il numero di ore necessarie da starci su – non ho più le dita e le piante dei piedi. Siete da denuncia.

La quinta: il clima. Troppo caldo. E vi sposate tutti d’estate. Che è Febbraio vi fa schifo?
Viste le gran rotture almeno maritatevi quando si possono aggiungere vestiti addosso. Oltre la nudità, all’aperto, con le zanzare, l’umidità e il sushi di benvenuto accompagnato dai cockatil aperitivo, proprio non possiamo andare.

La sesta: è un rebus geografico.
E’ sempre distante. Da casa tua. Da casa loro. E tra la chiesa e il luogo del rinfresco ci vogliono le ORE. Sempre che questi luoghi si trovino. Gogle maps spesso smentisce e ti indica trazzere chiuse o che sbucano sul nulla.
E vogliamo mettere le meravigliose salite transitabili solo a piedi?

La settima: il wedding sola.
Si tratta di quello che ti aspetti in grande stile, per cui ti azzizzi tutta super wow, tacco 12. E poi ti trovi all’agriturismo dello zio Peppe. Con i ciottoli e la terra, sui sandali gioiello. E naturalmente il riso al pesto.

Insomma, chetatevi.
Non vi sposate. O se lo fate. Non invitatemi.

di Azzurra La Fata

Kentia (Cefalù)

Sabato scorso sono stata invitata a pranzo da una mia amica che mi ha portata a Cefalù, una cittadina che tra storia e mare è tra le mie, e ho scoperto le sue, preferite.

La giornata è stata piacevole a prescindere, e sono rimasta abbacinata dall’affetto di questa giovane donna.
La sua risata e la sua intelligenza mi avrebbero fatto digerire anche i sassi, ma non ce n’è stato bisogno.

Kentia è in centro città ed offre uno spazio piuttosto vasto. La caratteristica principale della location è la grande terrazza sul mare. Ventilata, luminosa, ariosa, con un arredo moderno e curato. Questa già darebbe il senso di per sè per un passaggio, ma pensare di ridurre il ristorante alla sua affacciata sarebbe un grave errore.

Il servizio è stato ottimo: puntuale, attento, ma mai invadente.
Immediata la risposta alla chiamata. Nessun tipo di sbavatura.

E abbiamo mangiato bene.

Insieme abbiamo ordinato un antipasto che porta il nome del locale.
L’introduzione si è presentata come un piattone con un misto di pesce: sarde fritte “allinguate”, insalata di polpo, salmone e pesce spada affumicato. A questo sono stati aggiunti due classici involtini di melanzane.

Successivamente la mia amica ha ordinato il pesce spada alla messinese, molto morbido e ben condito. Io ho optato per un calamaro alla griglia. La semplicità del piatto non ha inficiato la sua bontà, nè la sua presentazione, davvero molto particolare, con un gioco di incastri delle chele con il corpo centrale.

Due caffè sono stati la degna conclusione.

Ha pagato la mia amica, ad occhio e croce so che ci siamo attestate intorno alle 25/28 euro a persona alla luce delle bevande: acqua e un calice di vino.

La valutazione è che ci ritornerò certamente.

Location, 8/10
Servizio, 7/10
Presentazione piatti 7/10
Gusto e qualità, 7/10
Rapporto qualitá e prezzo, 7/10

Totale: 36/50

 

 

 

Negazionisti fantastici e dove trovarli

L’EPISODICO: “si è trattato di un caso isolato”. Lo dicevano anche della mafia. I mafiosi.

Il RELATIVISTA: “è un reato come gli altri, perché dovrebbe essere più grave?”. Perché lo dice la legge, non belzebù e nemmeno i comunisti: aggravante per motivi razziali. Il motivo storico nemmeno vale la pena di citarlo.

Il BENALTRISTA: “ci sono ben altri problemi in Italia, perché ci occupiamo solo di questo?”. Di solito chi lo afferma non si occupa nemmeno degli altri problemi, a meno che non lo riguardino. Ma la cosa divertente dei razzisti è che, a differenza degli altri criminali comuni, tendono ad organizzarsi e a fare squadra, fondare partiti, governare. Di solito non finisce bene.

Lo SCIENTIFICO: “non puoi dimostrarmi il legame tra quello che dice Salvini e questi episodi”. E tu saresti chiamato a sfoderare statistiche criminologiche e giudiziarie, grafici e altro. Poi guardi la sua bacheca dove scrive che tutti gli immigrati sono delinquenti e l’omosessualità è innaturale e ti accontenti del dato percettivo: “guarda, non ho le prove, ma secondo me poco poco scemo lo sei”.

Il SERENISSIMO: “non so, non sono problemi miei, è roba lontana”. Niente da fare, tocca lavorare pure per loro.

Il COSPIRATORE: “questo fenomeno è sempre esistito ma purtroppo se ne parla solo adesso”. Si riferisce a sé stesso e alla visibilità che Facebook gli ha dato.

Il FILOSOFO: “è un problema ben più grave, non puoi ridurlo all’indignazione e basta”. E tu te lo immagini chino a studiare libri sul tema, pronto a illuminarti. E invece niente.

Il COLPEVOLISTA: “la colpa è della vittima/dell’immigrazione incontrollata/del PD”. Dello stronzo che ha sparato, offeso, ingiuriato, mai.

Il MA-ISTA: “è stato razzismo, ma…” una variante additiva di quelli sopra. Fa finta di riconoscere il fenomeno ma in fondo non lo fa: si sa infatti che nelle regole della lingua conta quello che viene dopo la virgola, non quello che viene prima.
(Simone Samuele Rizza).

Non mi sono mai fatta rincorrere. Non rincorro

Che peccato!
Si, proprio così. Che peccato!
La sensazione di esser reciprocamente incuriositi, l’un l’altro, a conoscerci, io ce l’ho avuta fin da subito. E mi era piaciuta.
Poi, senza riuscire a percepire un valido motivo, in poco meno di quarantott’ore, suppongo lui abbia pensato (male!) che io dovessi rincorrerlo. Forse, in qualche modo, involontariamente, gli ho fatto credere che l’avrei realmente fatto? Saantìddddio. Quanto di più sbagliato! Mi sono chiesta e risposta, al contempo. Mettendomi, ancora una volta, in discussione.

In generale, non credo che le persone debbano rincorrersi. Adoro, invece, quando scelgono di conoscersi. Occhi che si scrutano. Mani che si sfiorano. Corpi che cercano di prendere le misure. Ognuno nel microcosmo dell’altro.

Non mi sono mai fatta rincorrere. Al massimo, anzi, spessisssimo, ho deciso di non esserci. Perché si, sono così: brutale e diretta. Senza mezze misure, affermo me stessa.
E pressoché per le stesse ragioni, non ho mai rincorso. Nessuno.
E mi preme sottolineare che non ho alcuna intenzione di iniziare adesso. Honestly!
Non ne sarei neppure capace. Questo è quel che so.
So anche però, concedetemelo, che vale sempre un po’ di gioia conoscere un omuncolo, quando, anche solo all’apparenza, sa di marziano intelligente.
Ed a sto giro di pianeta, i piccoli ma fondamentali segnali sono stati: La sua capacità di seguire i miei voli pindarici. Che ammetto, esser cosa fastidiosa, quasi-quanto-un-lavoro-forzato. E la mia risata imbarazzata ma spensierata, quando parla e gesticola.
OVVIAMENTE non so a cosa tutto ciò avrebbe potuto portare. Forse ci saremmo sfanculati, ugualmente, dopo un paio di giorni. Oppure, magari no. Non lo so. Davvero!
Ma so per certo che sarebbe stato comunque mooolto interessante scoprirlo.

Di Rossana Campaniolo

Restaci

Ho amato il tuo modo di camminare, dalla prima volta. Mi attrae come una calamita.

Lì per lì sembra un po’ baldanzoso, come se volessi contrastare il mondo con coraggio.
Un inaspettato velo di incertezza però tradisce poi la consapevolezza dell’assunzione dei rischi che la vita comporta. Così l’incedere risulta in bilico, tra attacco e difesa.
Rispecchia quello che è il tuo modo di essere secondo me: un po’ sospeso, volontariamente irrisolto.

Oggi ti guardo camminare ancora una volta e si svela ai miei occhi un nuovo e indesiderato aspetto di questa tua essenza e sottolinea beffardo la mia stoltezza.

E’ un’apocalisse.

Lì, al centro del marciapiede, occupi tutto lo spazio possibile, senza se e senza ma
Starti a fianco semplicemente non è praticabile.
Nulla di personale ma non ne lasci modo.

Non te ne accorgi nemmeno: continui a parlare, di te, e ad infilare un passo dopo l’altro.

Non ti rendi conto che gironzolo a destra prima, a manca poi del tuo baricentro, che provo a collocarmi, dall’uno o dall’altro lato.
Non lo vedi. La mia necessità non è nella tua capacità di osservazione.
Non è che non ti importi, non è semplicemente nei tuoi orizzonti.
La relazione di complice prossimità non può essere presa in considerazione, io non posso essere presa in considerazione, niente e nessuno può essere preso in considerazione, a parte te stesso.

Nella tua vita, come in questo marciapiede, a passeggiare ci sei soltanto tu.
Chi vuole può percorrere un tratto parallelo al tuo, ma sarebbe comunque altro percorso.

Tu sei tu e nessun altro più e non è previsto diversamente.

Lo sai che ti dico? Restaci, miope e stolto che non sei altro.
Io me ne vado altrove, alla ricerca di uno scambio autentico. E alla pari.

E’ complicato

“Certi amori non finiscono fanno dei giri immensi e poi ritornano…”
Le canzoni di Antonello Venditti non mi piacciono, “Amici mai” non costituisce eccezione.

Eppure questa canzone descrive lo stato emotivo di molte persone nella realtà: si sono lasciate  senza lasciarsi e si vivono come un reciproco rumore di fondo emotivo sempre presente.

Parlo di quegli ex che, se li guardate con attenzione, quando si incontrano casualmente, si guardano di sottecchi un po’ malinconici, anche una volta che si sono voltati reciprocamente le spalle e anche se sono in compagnia di un nuovo amore.

Sembra questo, almeno inizialmente, il concetto che passa nel film “E’ complicato”, i cui protagonisti sono Meryl Streep e Alec Baldwin, Jenny e Jake che, divorziati, si ritrovano casualmente per una notte folle, con annesse conseguenze: lui è risposato e nonostante questo riallacciano la loro relazione, tra momenti esilaranti ed equivoci tipici della commedia americana.

In realtà, esattamente come accade nella vita, l’assenza prolungata, o comunque le tante piccole assenze nella relazione generano uno spazio emotivo in lei che, senza alcun preavviso, viene riempito dall’architetto che le ristruttura casa: Steve Martin.

Vabbè se volete andate a vederlo. E’ su Netflix.

Comunque la grande verità è che le relazioni, anche quelle che non finiscono, in realtà finiscono. Quando si presenta l’occasione. Se si vuole ricomporre qualcosa che si sta rompendo o, peggio, si è già rotto è bene farlo il prima possibile o potrebbe essere troppo tardi.

 

 

 

Fratelli Unici

Immaginate di essere un fratello minore scapestrato, di un medico di successo e tutto d’un pezzo da cui avete sempre voluto attenzione.
Immaginate che vostra cognata si sia trovata a non riceverne più nemmeno lei, da un marito freddo e distante.
Immaginate di avere tradito con lei la fiducia di lui e che, dopo una inevitabile separazione e dopo anni in cui non avete scambiato nemmeno una parola lui ha un incidente, perde la memoria, regredisce allo stato di un fanciullo ottenne e vi venga affidato ob torto collo.

Metteteci un po’ di ironia, di confusione, di voglia evidente di riparare al male fatto e il piatto è servito.

Con leggerezza viene affrontato un tema familiare e sentimentale ricorrente: ferire chi non ci concede più le sue attenzioni e così annichilisce il nostro amore e la nostra dignità.

Il messaggio fondante del film è in sostanza “Scusa se non ti ho abbracciato”.

Se ad interpretare la trama sono due bonazzi come Raoul Bova e Luca Argentero meglio per tutti.

Il film è disponibile su Netflix.

 

Copyright © 2018 "Assittata in pizzo", all rights reserved. Powered by Morici basing on Romangie Theme.